È anche grazie a lui se il Sudafrica è l’unico Paese africano ad avere il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Ed è anche grazie a lui se la nazione più a sud del continente è anche una delle pochissime a non discriminare e a non perseguitare attivamente le persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali in Africa. Mentre per tutto il mondo se ne va l’uomo che sconfisse l’apartheid, il primo presidente nero del Sudafrica e l’attivista per eccellenza dei diritti della popolazione ‘black’ – anche se in realtà dei diritti di tutte le comunità – per il mondo Lgbt sudafricano e non solo se ne va anche un uomo che ha lottato al suo fianco. Perché quella ‘Rainbow Nation’ in cui ognuno potesse essere e sentirsi libero era anche una società che inscriveva, per la prima volta nella costituzione del Paese, il diritto al rispetto e alla non discriminazione per gay e lesbiche e finanche il diritto al matrimonio fra le persone dello stesso sesso.  

Ma Mandela è stato anche l’uomo che, dopo aver lasciato gli incarichi politici, si è dedicato, con la sua fondazione, anima e corpo alla lotta contro l’Hiv e l’Aids – da anni un’emergenza in Sudafrica così come in tanti altri Paesi del continente – e cioè contro una malattia che gli ha persino procurato lutti in famiglia. Qualcuno ha detto che forse il suo pieno riconoscimento di questa emergenza sia arrivato troppo tardi e che per troppi anni abbia dimostrato un estremo pudore nell’affrontare discorsi legati alla sessualità, il tutto, fra l’altro, in un Paese dove, secondo alcune stime, attorno al 20% della popolazione è sieropositiva. Ma l’inizio del 2005 costituì uno spartiacque anche nella coscienza del leader, il quale chiamò a raccolta alcuni giornalisti nella sua casa di Johannesburg e rivelò: “Mio figlio Makghato è morto di Aids”. Per la stessa malattia se ne era andata, qualche mese prima, anche la moglie dell’ultimo figlio ancora in vita. E in un Paese dove allora circa 800 persone morivano ogni giorno per Aids, nessun politico aveva ancora parlato così pubblicamente e così apertamente della malattia.

Anche per questo, la comunità gay – fra le più colpite, come del resto in tutto il mondo – in queste ore gli sta dedicando tributi su tributi. Così Ndumie Funda, che dirige l’associazione Luleki Sizwe, un gruppo di lesbiche contro la violenza “correttiva” (triste fenomeno in voga in molte culture), ha salutato Mandela come “un uomo vero, onesto e umile, un leader e un uomo veramente integro. Lo ameremo sempre, anche per quello che ha fatto per noi”. Poi, anche il tributo anche della sezione LGBT di Legbo Northern Cape, associazione che lotta contro l’Hiv e l’Aids, che con un comunicato ha ricordato come Mandela sia stato “una delle persone chiave nella difesa dei diritti e libertà della minoranza Lgbt, così come di tutte le altre minoranze”. Allo stesso modo, non è tardato ad arrivare il saluto commosso degli uomini e delle donne di Iranti-org, associazione di attivismo “queer” che quotidianamente lotta contro un tasso di violenza omofobica ancora molto alto in Sudafrica, soprattutto nelle periferie disagiate e negli slum che circondano le grandi città. E Melanie Nathan, attivista per la difesa dei diritti umani e Lgbt e che ha studiato legge durante l’apartheid, ha subito ricordato Mandela, sul suo blog, come “l’uomo che ha promosso la piena uguaglianza in questo Paese. La sua vita è stata fonte di ispirazione per tutti gli oppressi e reietti, così come per tutti quelli che combattono l’oppressione e la discriminazione”.