La mossa è di quelle eclatanti. Franco Bernabè, che si è dimesso due mesi fa dalla presidenza di Telecom Italia, ha dato ad Asati, l’associazione dei piccoli azionisti, la delega di voto per l’assemblea del 20 dicembre prossimo. L’assemblea, chiesta dall’azionista Findim (Marco Fossati) che possiede il 5 per cento delle azioni ordinarie di Telecom, ha all’ordine del giorno la revoca del consiglio d’amministrazione, accusato di non fare gli interessi della società bensì quelli dell’azionista dominante, Telefónica España.

La mossa di Bernabè ha un valore simbolico ma importante. Asati ha promosso una raccolta di deleghe tra i piccoli azionisti per ribaltare gli equilibri nella gestione del gruppo. Attualmente il controllo è in mano alla finanziaria Telco, che possiede il 22,4 per cento del capitale ordinario, e fa capo a Telefónica, Assicurazioni Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca. Telco rappresenta circa la metà del capitale presente in assemblea, che a sua volta è circa la metà del totale. Se tutti i fondi comuni d’investimento italiani e stranieri presenti si unissero a Fossati e Asati nel voto, la revoca del consiglio d’amministrazione sarebbe possibile. Ma i fondi italiani, che si coordinano attraverso l’associazione Assogestioni, sono in prevalenza dominati dalle grandi banche italiane, tra cui Intesa Sanpaolo e Mediobanca, e, per come funziona il disastrato capitalismo italiano, è difficile credere che votino nell’interesse dei loro clienti anziché secondo i dettami del potere consolidato a cui fanno capo i loro manager.

In vista della battaglia assembleare del 20 dicembre la giornata di ieri ha visto un nuovo intervento della Consob, l’authority che vigila sulle società quotate in Borsa, che ha imposto a Telecom Italia l’emissione di un lungo comunicato esplicativo prima dell’apertura dei mercati finanziari. Nei giorni scorsi c’era stato un intervento dell’Antitrust brasiliano, che ha sanzionato la crescita di Telefónica negli equilibri Telco e l’acquisizione di una posizione di sostanziale controllo. Il gruppo spagnolo guidato da Cesar Alerta è presente in Brasile con una società di telefonia cellulare che è diretta concorrente di Tim Brasil: un comando unico per le due società verrebbe a costituire in Brasile una posizione dominante inaccettabile per l’antitrust. É questa una delle ragioni che, secondo le accuse di Bernabè, ha indotto Alierta a bloccare ogni operazione di aumento di capitale, di cui Telecom Italia ha vitale necessità dopo il downgrading del suo ingente debito (28 miliardi) al livello di “titoli spazzatura”. Telefónica punterebbe piuttosto a fare cassa con la vendita di Telecom Argentina, già avvenuta, e poi con la cessione di Tim Brasil, che pure è rimasta l’unica attività con buona redditività e buona crescita del gruppo italiano, che sconta difficioltà sul mercato nazionale.

Il comunicato di ieri mattina smentisce “che siano in corso contatti con potenziali acquirenti della controllata”, e sostiene che sulla vendita circolano solo “illazioni destituite di fondamento”. Ma le voci di mercato su un confronto già in atto tra Alierta e l’amministratore delegato di Telecom Italia Marco Patuano su tempi, modi e prezzo della vendita continuano a circolare imperterrite. E infatti ieri il comunicato Telecom è stato salutato dalla Borsa con un secco ribasso: -2,51 per cento.

da Il Fatto Quotidiano del 3 dicembre 2013