“Le sofferenze bancarie, che a giugno del 2013 ammontavano a circa 133 miliardi di euro, vengono sistematicamente inserite nei piani industriali dei grandi gruppi bancari e scaricate sui lavoratori anche in termini di recupero dei costi”. Questa l’accusa, lanciata in un video messaggio pubblicato sul sito internet del sindacato, del segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, nei confronti dell’Abi nella figura del suo presidente Patuelli, accusato di “voler dimostrare che non c’è disattenzione nella gestione del credito da parte delle banche”.

“I crediti inesigibili superiori a 125mila euro – sostiene Sileoni- arrivano a toccare la percentuale del 72,6% e non è un caso che sono nelle competenze delle direzioni generali, dei consigli d’amministrazione e dei consigli di gestione delle banche. Se un bancario sbaglia- aggiunge il segretario- può rischiare anche il licenziamento, mentre quei manager che hanno contribuito a raggiungere la cifra record di 133 miliardi di sofferenze stanno ancora lì al loro posto, strapagati e impuniti”. L’Abi deve quindi “dichiarare quali fra i 133 miliardi di sofferenze sono quelli erogati senza garanzie, dica apertamente e con chiarezza e trasparenza a quanto ammontano gli importi di affidamenti erogati sulla parola, chi li ha erogati e perché”.

Un’analisi di Bankitalia basata sui processi di autovalutazione di 43 istituti pubblica intanto un’analisi che segnala “consigli sostanzialmente vecchi al vertice delle banche, maschilisti e piuttosto provinciali, con una capacità mai troppo approfondita di valutare professionalità e reputazione dei propri membri”. Uno studio che mostra come la presenza di donne sia pressoché inesistente, l’età media dei consiglieri superi i 60 anni e che pochissimi di essi abbiano respiro internazionale. Nel 93% dei casi i board sono composti da uomini. Nonostante la presenza femminile sia in aumento, in 17 delle 43 realtà esaminate la componente femminile è ancora del tutto assente e in altre 18 è pari ad una sola rappresentante. Se poi si vanno ad analizzare le figure di vertice, il genere femminile è ancora meno rappresentato: nessuna donna siede infatti sulla poltrona di presidenza e una sola su quella di amministratore delegato.

I board risultano poi sostanzialmente vecchi: basti pensare che in media i consiglieri hanno 60,4 anni, ben di più rispetto all’età media rilevata per le società quotate italiane di maggiori dimensioni (59,3) e a quella delle omologhe Ue (58,2 anni). In particolare, in tutti i board esaminati la figura del presidente fa capo a un uomo con età media più elevata degli altri consiglieri. Scarso anche il turn over. I consiglieri delle banche hanno infatti in media una permanenza nello stesso board pari a 6,2 anni. E l’analisi evidenzia un periodo di permanenza più lungo per le cariche di presidente (in media pari a 9,2 anni con casi in cui è superiore ai 15 anni) e di amministratore delegato (superiore in alcuni casi a 10 anni).

I Cda hanno poi una connotazione piuttosto provinciale: sono infatti rari i casi di consiglieri con esperienza internazionale e per le banche più orientate al mercato nazionale, anche se di grandi dimensioni, la gran parte dei consiglieri proviene da imprese rilevanti del territorio o delle associazioni di categoria e da organizzazioni locali. A livello di istruzione, poi, nel 64% i consiglieri sono laureati, quota inferiore ai componenti dei cda delle maggiori società quotate (75%). Quanto ai requisiti di professionalità e onorabilità, l’analisi della Banca d’Italia rileva poi che nel concreto la presenza di inopportunità della nomina – quali, ad esempio, le condanne penali per reati finanziari, sanzioni amministrative anche interdittive o coinvolgimenti in procedure fallimentari – non viene adeguatamente valutata né sotto il profilo della competenza professionale né sotto quello della reputazione.

Mentre le modalità di valutazione della professionalità dei consiglieri sono prevalentemente formali e non sempre assicurano l’adeguata composizione del board sotto il profilo della competenza tecnica. Bankitalia osserva inoltre un’insufficiente attenzione dedicata alla distinzione e alla valorizzazione di ruoli e responsabilità all’interno dei board. Per quanto riguarda infine i comitati costituiti internamente dalle banche, quello per il controllo interno e/o rischi è presente nel 53% degli istituti a fronte del 99% delle società quotate, mentre il comitato remunerazioni è presente nel 44% delle banche contro l’88% degli emittenti quotati.