C’era una volta a Milano un ragazzo, 30 anni, architetto, che un giorno incontra una ragazza di Kuala Lumpur, 29 anni, laureata in turismo, venuta in Italia con l’idea di rimanerci. Lui lavora in uno studio piccolo, dove i progetti scarseggiano e i colleghi riducono turni e ore di lavoro (quattro giorni a testa anziché cinque). Lei segue un corso di italiano organizzato dalla Regione Lombardia ma dopo nove mesi non riesce a rinnovare il permesso di soggiorno. Prova a cercare un impiego, nessuno però vuole prendersi la briga di metterla in regola. Tanto vale tornare a casa, pensa lei. Intanto, lui, per sfizio, invia il curriculum a due studi di architetti nella capitale malese. Uno di questi risponde interessato e gli fa un colloquio via Skype. Dopo un mese, nel maggio 2010, i due si imbarcano a Malpensa diretti a Kuala Lumpur e aprono un nuovo capitolo della loro vita.

È la storia di Diego Delfino e Tiffany, la sua fidanzata. Vista da qui, uno crede di andare in Malesia a servire cocktail sulla spiaggia o coltivare olio di palma tutta la vita. E invece no, puoi diventare anche un professionista a cinque stelle. Se sei giovane non conta. Come è capitato al protagonista di questa avventura. A Kuala Lumpur, dall’oggi al domani, Diego è diventato un design director. “Tutti i lavori passano da me, sono io che do l’ok”, dice. Appena arrivato, si è dedicato agli interni, gli hanno affidato un negozio di scarpe di una grossa catena. Ora progetta grattacieli di oltre 40 piani. Poi carta bianca su tutto. In Italia un traguardo così, con pochi anni di carriera alle spalle, sarebbe impensabile. Il guadagno, 1900 euro al mese, è molto buono se si pensa che le tasse sono il 15/20 per cento, un monolocale in centro costa 350 euro al mese e un pranzo vale meno di due euro. Mettere via un po’ di soldi, non vivere alla giornata e pensare di avere una famiglia e una casa per sé qui non sono sogni proibiti. “Con me hanno fatto un esperimento: non hanno mai avuto stranieri prima di me, ora ne cercano altri. Poco tempo fa ho fatto un colloquio su Skype a due italiani”.

Le porte sono aperte, dunque, e lo sfruttamento è solo un brutto ricordo. “Non esistono mezzi contratti di lavoro o formule strane di collaborazione: o ti assumono (a tempo indeterminato) o non ti assumono – spiega Diego-. A me rinnovano il contratto ogni due anni, cioè in base alla durata del permesso di soggiorno”. Meno tutele, però. “Esiste solo un sindacato e il datore di lavoro può licenziarti con facilità – continua Diego -. Ma non è difficile trovare un posto nuovo, le offerte abbondano”. I suoi capi hanno solo dieci anni in più di lui e i venti dipendenti sono tutti under 30. Diego, 33 anni, è il più vecchio: “La mole di lavoro è tanta: spesso seguo più di un progetto alla volta e in un giorno possono commissionarci fino a 250 ville, un palazzo di 300 appartamenti, un centro commerciale e un altro palazzo ancora”. Anche i ritmi di lavoro sono vorticosi. “Costruiscono alla velocità della luce. Un grattacielo di uffici o appartamenti da 30 o 40 piani viene ultimato in un paio di anni inclusi gli otto mesi di progettazione” giura.

In Malesia, da una parte sopravvive l’Italia degli stereotipi: l’italiano medio è quello che gioca a calcio e ha tante donne. Dall’altra, c’è quella virtuosa: “Ci adorano per il design, la moda (i negozi dei grandi marchi sono più grandi di quelli in via Montenapoleone), le moto, il cibo. – racconta Diego -. Ci sono una marea di ristoranti italiani, sempre pieni nonostante il menù sia più caro: 20 euro a testa (vini esclusi) contro i 5 di uno malese. Comunque ho visto più Ferrari qui che in Italia”. Anche l’importazione del made in Italy sembra funzionare. “Al supermarket si trovano tanti marchi italiani. Barilla e Mulino bianco, Cirio, Buitoni, acqua San Pellegrino. Anche una bottiglia costa come tre pranzi malesi!”. Non è tutto oro quello che luccica, anche nella penisola malese. A partire dalla sanità: esclusivamente privata. “Lo studio mi ha fatto una tessera sanitaria agevolata per diverse cliniche”. Un vantaggio: “Il medico qui ti vende direttamente le medicine: in generale per i farmaci più comuni si paga l’equivalente di un euro”.

Cosa ti manca? “Passeggiare per la città, qui la capitale è a misura di macchina e non di uomo, in molte zone ci sono strade a quattro corsie senza marciapiede e io abito al 41esimo piano”. E conclude: “Qui tutto è fuori scala: i palazzi, i centri commerciali come città, macchine gigantesche, confezioni in formato maxi, alberi e vegetazione lussureggiante. E i malesi non vanno in spiaggia, hanno la fobia del sole, non si vogliono abbronzare, la pelle abbronzata non è sinonimo di bellezza. Quindi, se vado al mare, la spiaggia è tutta per me, wow!”. L’avventura di Diego va avanti.