Ancora un anno di ammortizzatori sociali e poi per i lavoratori della Bv Tech, ex Manifattura Tabacchi, ci sarà solo la disoccupazione. “Perché nonostante le promesse – racconta Massimo, operaio di 40 anni – siamo stati abbandonati da tutti, anche dalla Fiom”. Il sindacato guidato da Maurizio Landini, spiegano i 30 lavoratori che stamani hanno protestato nel palazzo della Regione Emilia Romagna, interrompendo la seduta del consiglio, “si è fatto di nebbia: nessuno ha più risposto alle nostre telefonate, e Bruno Papignani, segretario regionale della Fiom, ci ha liquidati con un laconico ‘vi richiamo io’”. Eppure loro, mensilmente, versano al sindacato l’1% di quanto percepiscono, in questo caso circa 700 euro al mese per via della mobilità. “Noi siamo tesserati, paghiamo la nostra quota, eppure ci hanno lasciati soli – continua Massimo – non me lo sarei mai aspettato sebbene Papignani avesse firmato l’accordo che consentiva alla Bv Tech di subentrare alla Bat, una scelta che si è poi rivelata sbagliata”.

Quando nel 2004 la British American Tobacco annunciò di voler chiudere lo stabilimento, la Regione decise di acquistare il terreno dell’ex Manifattura per costruirci il Tecnopolo, la futura “eccellenza” specializzata nella ricerca e nelle nuove tecnologie. Ma a parte una targhetta affissa all’ingresso dell’area costata 19 milioni, soldi pubblici, che riporta la scritta “Tecnopolo di Bologna”, con tanto di logo dell’Unione Europa, di cantieri ad oggi non c’è traccia.

In compenso, nel 2009 i dipendenti vennero assunti dalla Bv Tech, un’azienda informatica che si era impegnata a riconvertire la loro professionalità attraverso corsi di formazione da 1000 ore a testa, costati, sempre ai contribuenti, 330mila euro. “Duccio Campagnoli (presidente di BolognaFiere, ndr) ci garantì che sarebbe andato tutto bene – spiega Paola Ferrigno, lavoratrice dell’ex Manifattura – e lo stesso ci promise l’allora assessore all’Urbanistica, oggi sindaco di Bologna, Virginio Merola”. Intanto si spese un altro milione di euro per risanare l’area dove si sarebbe dovuto costruire il Tecnopolo, ma i corsi di formazione non diedero i frutti sperati: “Erano corsi per ingegnere propugnati a operai abituati a lavorare in fabbrica – continua Massimo – obiettivamente, sono stati soldi buttati”.

Nel 2010, dopo solo un anno e mezzo, la Bv Tech, “presentata alle istituzioni come soggetto in grado di subentrare alla precedente proprietà dalla Bat stessa”, precisa Giovanni Favia, consigliere regionale del gruppo misto, che da tempo segue la vicenda, annunciò che i 50 lavoratori sarebbero stati messi in cassa integrazione. Del resto, raccontano gli operai, non sembrava che l’azienda avesse una reale organizzazione del lavoro, a Bologna. “Chiedevamo quale incarico avremmo ricoperto e non ci hanno mai risposto – ricorda Massimo – avremmo dovuto capire che non ci sarebbe mai stato un lavoro”.

Quindi, “seguimmo la solita procedura, prima la cassa integrazione ordinaria, e poi la straordinaria, firmata quando la Bv Tech disse che avrebbe lasciato il sito di Bologna” continua Ferrigno. E al termine, di nuovo, fu la Regione Emilia Romagna a farsi garante del futuro dei lavoratori appena formati. Nel 2012, a ottobre, il consiglio firmò anche una risoluzione per attestare l’impegno preso, “ma l’assessore alle Attività Produttive Gian Carlo Muzzarelli non ha mai eseguito il suo ruolo con reale impegno – raccontano gli operai – la Regione ha a sua disposizione molti strumenti per ricollocare i lavoratori delle aziende in difficoltà, come nel caso degli 80 lavoratori dell’aeroporto di Forlì, canali telematici finanziati dallo Stato come il Siler, ad esempio. Eppure l’assessore si è limitato a inviare a qualche azienda una lettera in cui semplicemente chiedeva se intendesse assumerci. Senza incentivi, né agevolazioni per la proprietà”.

Muzzarelli, davanti alle proteste in Comune degli operai aveva detto: “Visto il comportamento (degli operai, ndr) è corretto che io valuti diversamente il mio comportamento” facendo “un passo indietro”. E un passo indietro è ciò che oggi ha fatto anche la Fiom, lasciando i 30 lavoratori senza alcuna rappresentanza sindacale. “Siamo amareggiati, ma non ci rassegniamo – raccontano gli operai, 10, sotto i 40 anni, rimasti senza mobilità da ottobre, come prevede la normativa, e gli altri, over 40, con un altro anno di ‘ossigeno’ a 600 euro al mese – forse non riusciremo ad avere il lavoro che ci è stato promesso, ma non abbandoneremo finchè la Regione non ammetterà di aver sbagliato. E di aver giocato con le vite di 50 lavoratori”.