“Si invita questo ufficio a trasmettere la documentazione di interesse riguardante lo stato di avanzamento dei lavori dell’opera strategica Metro C“. E’ l’incipit della lettera che la Corte dei Conti ha inviato il 13 novembre alla Ragioneria del Comune di Roma. Il motivo? I dubbi della magistratura contabile sui “pareri tecnici” e sul “sistema di imprese affidatarie dei lavori”. Tempo a disposizione? Tre giorni. Il giudice istruttore, Rosario Scalia, fra poche ore dovrebbe avere sulla sua scrivania la risposta dagli uffici di Palazzo Senatorio. L’obiettivo della sezione di controllo per il Lazio è vederci chiaro sullo stato di attuazione della delibera Cipe e capire se il Comune di Roma sarà in grado di rispettare, nonostante l’impegno finanziario nell’appalto più grande d’Europa (oltre 3 miliardi di euro), il patto di stabilità 2013/2014.

Queste le ragioni che hanno portato ad istruire una pratica sulla terza linea della metropolitana, su cui è in corso un braccio di ferro tra l’assessorato al Bilancio e quello alla Mobilità per sbloccare gli oltre 200 milioni di euro promessi dall’accordo transattivo firmato lo scorso settembre. Il sindaco Ignazio Marino pensava di aver risolto il problema trasferendo i poteri al titolare dei Trasporti, Guido Improta. Non basta la delibera di giunta approvata due giorni fa nella sala delle Bandiere. A mettersi di traverso la Corte dei Conti. Da cui proviene proprio Daniela Morgante, custode delle casse del Campidoglio.

Proprio il magistrato prestato alla politica, il 4 novembre, aveva preso carta e penna per scrivere al ragioniere generale Maurizio Salvi. La Morgante, 10 giorni prima della lettera targata Scalia, esprimeva i suoi dubbi sull’accordo attuativo e sul parere dell’avvocatura capitolina. “Consistenti” le “perplessità” sollevate dall’assessore romano al Bilancio. A partire dalla “legittimità e regolarità amministrativa dell’atto” siglato due mesi da Consorzio Metro C, Roma Metropolitane e Comune. “L’approfondimento istruttorio”, richiesto proprio dalla squadra di governo guidata da Marino, presuppone un approfondimento “lungo ed articolato”. Cosa che non sarebbe avvenuta. Ad ammetterlo la stessa avvocatura di palazzo Senatorio, che spiega come i tempi a disposizione “non consentono di svolgere una siffatta attività”. “In buona sostanza – scrive la Morgante – afferma a chiare lettere che si tratta di un parere reso senza aver svolto, per carenza di tempo, tutti gli approfondimenti necessari”.

Capitolo delibera Cipe. Il Comitato interministeriale per la programmazione economica assicura solo la copertura finanziaria dell’accordo, “ma non si pronuncia sulla relativa legittimità né sulla spettanza delle maggiori somme riconosciute” alle ditte che si sono aggiudicate l’appalto. “Non si comprende come si possa omettere, a fronte di una richiesta di 224 milioni di euro, di approfondire la fondatezza giuridica”, si legge nella lettera inviata al ragioniere Salvi. Senza dimenticare il contratto pubblico. Tra i principi cardine, il divieto di riconoscere “spettanze economiche ulteriori rispetto a quelle messe a bando”. Tradotto: il rischio è quello di ledere la “concorrenza oltre che della integrità nella gestione delle finanze pubbliche“. Un punto centrale, su cui l’avvocatura capitolina preferisce glissare. Ma che non sfugge all’occhio dell’assessore al Bilancio e della Corte dei Conti. Che vedono “un accordo aggiuntivo” e non un atto attuativo.

Tutto grazie a una trattativa diretta, portata avanti solo da Roma Metropolitane e Metro C. Con il consorzio, sottolinea la Morgante, avrebbe dovuto confrontarsi direttamente il Campidoglio non la municipalizzata. Che, tra l’altro, aveva espresso forti dubbi, nella relazione del collegio sindacale, sulla possibilità di riconoscere ai costruttori indennizzi su uno stop dei lavori causato da “ulteriori ritrovamenti archeologici“. Un tavolo che, escludendo Palazzo Senatorio, è “al di fuori di ogni procedura prevista dal Codice dei contratti pubblici”. “Aspetti nodali – continua l’assessore – dai quali dipende la regolarità del pagamento“.

Sul banco degli imputati l’avvocatura capitolina, che non avrebbe “reso un parere esaustivo, come prescritto dall’articolo 239” del manuale sulla gare d’appalto indette dalle amministrazioni. Mancano, per la titolare del Bilancio,”elementi indispensabili ad assicurare la legittimità” dell’operazione. Mentre i lavoratori, senza stipendio da 4 mesi e che sognano di ricevere gli arretrati fra 2 settimane, si trovano sotto il fuoco incrociato del magistrato prestato alla politica e della Corte dei Conti. Che aspetta spiegazioni dalla Ragioneria del Campidoglio. Risposte e dubbi, però, che ha già dato con largo anticipo la Morgante.