Nestor ha ancora la stessa faccia da Mapuche di quasi cinquant’anni fa. Qualche capello in meno, qualche chilo in più. Gli occhi, però, sorridono allo stesso modo. Anche quando piangono. Come in quella foto, uscendo dal campo. Tra le mani ha la testa di Natalino, che con Gigi divideva sempre la stanza in quegli interminabili ritiri degli anni ’60. Natalino, dopo il primo gol di Nestor, è finito per terra contro la rete tanto è la rabbia con cui ha ricalciato in porta quel pallone. Piangono e ridono. E con loro piangono e ridono in migliaia e migliaia, uno accanto all’altro sul calcestruzzo del Comunale. Nestor ne ha fatti tre, proprio come tre ne aveva fatti la settimana prima. Gigi glielo aveva detto – racconta oggi Nestor con la stessa faccia di allora mentre gli occhi piangono e ridono – ne fai tre anche domenica. Gigi non c’è più. Ed è per questo che tutti sugli spalti piangono e gridano il suo nome. Lo hanno fatto ancor di più poco prima, con tutta la voce possibile, quando, dopo i tre di Nestor, un ragazzo di nome Alberto con la maglia numero 7 – sì, proprio quella di Gigi – segna il quarto gol. Poi prende il pallone, lo alza al cielo, lo guarda e corre verso il pubblico. Che fa festa e piange. Come piange lui.

Questa è la storia (vera) di un derby Juventus-Torino 0 a 4, giocato allo stadio Comunale il 22 ottobre 1967. Una storia che a Torino – chi tifa Toro – conosce fin da bambino come la favola di cappuccetto rosso. E’ il derby giocato una settimana dopo la morte di Gigi Meroni, la sera del 15 settembre. Quel giorno il Toro aveva vinto 4 a 2 contro la Sampdoria, sempre al Comunale. Tre gol li aveva firmati l’argentino Nestor Combin: “Ne fai tre anche domenica”…

Meroni lo aveva salutato una città intera. Meroni era così popolare in quella Torino alla guida di una delle due auto coinvolte nell’investimento c’era un giovane tifoso del Toro che ancora oggi porta nell’anima la ferita di quella notte maledetta. Nella sua stanza (come si può vedere dalle foto pubblicate dai giornali dell’epoca) c’era il poster di Gigi. Al suo idolo in maglia granata assomigliava addirittura un po’. Si racconta perfino che qualcuno lo scambiasse davvero per Meroni. E gli chiedesse l’autografo. Per uno di quegli incroci del destino che solo dalle parti del Toro potevano accadere (il pilota dell’areo che si schiantò a Superga nel 1949, per dire, si chiamava Luigi Meroni) quel ragazzo diventerà 33 anni dopo presidente del Torino Calcio, ma questa è un’altra storia.

Di tutto questo, nella fiction La Farfalla granata (dal titolo di un bellissimo libro dell’interista Nando Dalla Chiesa) andata in onda su Rai1 non c’è traccia. Non c’è il derby, non ci sono i tre gol di Combin il Mapuche, non c’è il quarto di Alberto Carelli che indossa la maglia di Meroni. Non c’è il pianto di una città intera. Non c’è, insomma, la parte più emozionante di una drammaturgia terribilmente, drammaticamente perfetta. Poco male, si può pensare. La storia della Farfalla granata è grande ed emozionante anche prima. Ma anche quella, nella fiction, è raccontata in modo avvilente. Passi per gli errori storici che solo i tifosi possono lamentare (perché trasformare Gigi nel Nino-non-aver-paura di De Gregori che tira un calcio di rigore quando quel rigore contro la Sampdoria non lo tirò mai?), passi per quel fantastico gol contro l’Inter spostato non solo un anno dopo, ma pure nello stadio sbagliato (al Comunale e non a San Siro, la scala del calcio della Grande Inter di Moratti padre che applaudì la prima sconfitta dopo anni di imbattibilità casalinga). Passi per quei torinesi che – chissà perché – in tv devono sempre parlare che nemmeno una parodia di Erminio Macario. Passi tutto, anche il fatto che scrivere una sceneggiatura non è mai facile. Ma la storia di Meroni – straordinaria anche senza quel tragico epilogo – ridotta a una specie di Centovetrine, per favore, no. Chi volesse rimediare può leggere il libro di Dalla Chiesa o rintracciare facilmente la splendida puntata che sfide gli dedicò.

A Torino si sapeva. La fiction era stata presentata al Prix Italia un mesetto fa e aveva – sommessamente, come si conviene a un certo carattere sabaudo – ricevuto parecchie critiche: “E’ pensato per il pubblico di Raiuno”, si disse. Ecco, appunto. Se al pubblico di Raiuno si pensa possa piacere un prodotto simile, allora si spiega perché le serie americane sono il vero fenomeno televisivo degli ultimi anni.