E’ durata circa due ore l’audizione del premier Enrico Letta davanti al Copasir, convocato per essere ascoltato in merito al caso Datagate. “Letta ha sottolineato che non c’è stata alcuna violazione della privacy né dei cittadini né dei membri del governo”, ha riferito il presidente del comitato, Giacomo Stucchi. Secondo altre fonti, il presidente del Consiglio ha difeso il ruolo dell’intelligence italiana, sostenendo che “funziona a pieno ritmo e garantisce la sicurezza dei cittadini”. Il premier riferirà sull’argomento in Aula il 20 novembre, secondo quanto stabilito dalla conferenza dei capigruppo di Montecitorio.

Le dichiarazioni del capo del governo davanti al Copasir ricalcano quanto già riferito dal sottosegretario con delega all’intelligence, Marco Minniti: i servizi italiani non sapevano nulla e la privacy è sempre stata garantita. Eppure, il sito Cryptome aveva parlato di 46 milioni di telefonate intercettate in un solo mese in Italia dalla Nsa americana. Non solo. Il giornalista Glenn Greenwald aveva rivelato l’esistenza di un piano dell’intelligence britannica, chiamato Tempora, per controllare i cavi di fibre ottiche che trasportano telefonate, mail e traffico Internet. Le informazioni rilevanti venivano poi scambiate sempre con la Nsa. E i servizi segreti italiani, secondo il giornalista, avevano avuto un ruolo nella raccolta di metadati.

“Letta ci ha confermato che i nostri sevizi erano a conoscenza del programma inglese ‘Tempora’,  – ha spiegato un altro membro del Copasir, Claudio Fava (Sel) – visto che alcuni anni fa c’era stata una richiesta di collaborazione che è stata respinta grazie alla riforma del 2007 che ha assicurato una maggiore trasparenza all’attività della nostra intelligence”. Il deputato di Sel ha lamentato il fatto che “finora a noi i servizi avevano sempre detto il contrario e questo è un debito di trasparenza“. Sul tema è intervenuto anche Giacomo Stucchi, spiegando che “allora non si chiamava Tempora”. Il presidente del Copasir ha precisato che “era una richiesta di partecipare ad un programma di scambio dati da parte dell’Inghilterra, arrivata nel 2008, in un fase particolare di ristrutturazione dei nostri Servizi, ma le nostre leggi non lo consentivano e quindi non è stato dato seguito a quella richiesta”.