La giustizia italiana è la più lenta d’Europa, ogni anno da Strasburgo piovono condanne per l’eccessiva lunghezza dei processi, in media un giudizio d’appello nel settore civile dura quasi tre anni e solo l’anno scorso 1280mila procedimenti penali sono morti per prescrizione. Eppure l’articolo 111 della Costituzione prevede che la legge assicuri la “ragionevole durata” del processo. La giustizia-lumaca fa perdere colpi al Paese. E i processi pendenti, nonostante gli sforzi, aumentano.  

Il Consiglio superiore della magistratura introduce una novità nelle regole sull’organizzazione degli uffici giudiziari per cercare di arginare nel tempo e nello spazio i fascicoli e il loro destino. I presidenti di tribunali e corti d’appello saranno mobilitati e responsabilizzati. Per loro diventerà un vero e proprio “dovere” prevenire e porre rimedio ai ritardi nel deposito dei provvedimenti da parte dei magistrati addetti ai loro uffici, al punto che un’eventuale violazione di questo precetto inciderà negativamente sulla loro carriera.

Le nuove regole saranno introdotte mercoledì dal plenum del Csm con una modifica alla circolare sull’organizzazione degli uffici giudiziari e che si applicheranno anche alla Corte di Cassazione. Un testo messo a punto dalla VII, che prevede innanzitutto l’obbligo per i dirigenti di disporre ogni sei mesi una verifica sul rispetto dei termini di deposito dei provvedimenti da parte dei magistrati dell’ufficio; e in presenza di situazioni di criticità dovute a carenze organizzative, il dovere di adottare “sollecitamente” i provvedimenti necessari per rimediare: dal riequilibrio nella distribuzione dei fascicoli, al potenziamento di alcuni settori o sezioni. Un compito davvero difficile se si considera la perenne carenza di personale giudiziario e amministrativo che ad ogni apertura di anno giudiziario viene sottolineata. 

Anche nel caso in cui la lentezza non sia legata a un problema organizzativo, ma dunque riguardi un singolo magistrato, il capo dell’ufficio giudiziario dovrà intervenire: non solo come, è già previsto oggi, segnalando il caso ai titolari dell’azione disciplinare e cioè al ministro della Giustizia e al Procuratore generale della Cassazione, ma anche promuovendo lo smaltimento dei procedimenti segnati dai ritardi attraverso la programmazione con il giudice interessato di un piano di rientro sostenibile. E se non dovesse bastare, il dirigente dovrà disporre l’esonero del magistrato in questione dall’assegnazione di nuovi affari o da specifiche attività giudiziarie oppure la redistribuzione dei procedimenti all’interno della sezione.