Quando in un contratto a guadagnarci sono soprattutto i sindacati le cose non funzionano come dovrebbero. Soprattutto se la prima firma di quel contratto è quella di Guglielmo Epifani (nel 2008, insieme a Bonanni e Angeletti). Eppure, leggendo tra le pieghe del “Contratto collettivo delle agenzie di somministrazione di lavoro”, le vecchie agenzie interinali, si scopre che viene previsto un trasferimento di denaro ai sindacati come “sostegno al sistema di rappresentanza sindacale unitaria”. Stiamo parlando di circa 2 milioni di euro l’anno corrisposti, ormai, dal 2002.

Potenza di un settore complicato come il lavoro super-precario, quello della somministrazione, dove non c’è un rapporto a due, dipendente-datore di lavoro, ma a tre: lavoratore, agenzia di somministrazione, impresa utilizzatrice. L’agenzia svolge una funzione di mediazione assumendo direttamente il dipendente e poi “prestandolo” all’impresa che ne fa richiesta generalmente per un contratto a tempo determinato. Stiamo parlando di oltre mezzo milione di persone (dati 2011 di Assolavoro, l’associazione datoriale delle Agenzie) per circa la metà collocate nell’industria manifatturiera (52%) e per il resto suddivise tra Servizi alle imprese e informatica (17%), Commercio (11%), Pubblica amministrazione, sanità e istruzione (9%) e tanti altri settori.

Il sistema è stato introdotto nel 1997 dall’allora ministro Treu e riformato dal centrodestra con la “legge Biagi” nel 2003. Anche questo comparto viene regolato da un Contratto collettivo nazionale siglato, per le agenzie, da Assolavoro e, per il sindacato, dal Nidil-Cgil, Felsa-Cisl, Uil-Temp. Trattandosi di un comparto fortemente spezzettato, con lavoratori che non prestano servizio presso il proprio specifico datore di lavoro (le agenzie) ma presso imprese disseminate sul territorio, non ci sono delegati sindacali di azienda o di fabbrica, ma direttamente nominati dal sindacato.

Per questo tipo di attività sindacale, già nel contratto del 2002, si stabilì che le organizzazioni firmatarie beneficiavano di un contributo pari a un’ora ogni 1700 lavorate, dal valore di 7,75 euro l’ora. Nel 2008 quel valore è stato innalzato a 10 euro l’ora. Facciamo due conti: nel 2011 sono state lavorate 316 milioni di ore. Facendo il dovuto rapporto se ne ricavano 1,8 milioni di euro trasferiti ai sindacati. Nel nuovo contratto del settembre 2013, si è migliorato ancora: il compenso verrà corrisposto per un’ora ogni 1500 lavorate. Un aumento del 13% che si somma al 30% precedente. Le ore complessive del 2012 sono diminuite a 302 milioni, ma l’importo suddiviso tra i tre sindacati è salito a 2 milioni.

Cosa fanno i sindacati con quei soldi? “Secondo una delibera del nostro comitato direttivo – spiega al Fatto Claudio Treves, segretario generale del Nidil Cgil –, il 70% è destinato a finanziare i nostri progetti territoriali”. Guardando il bilancio del sindacato di categoria, il più grande dei tre, non sembra sia così. Nel 2012 le entrate per “contributi sindacali” ammontano a 719.505 euro euro mentre alla voce “contributi a strutture” troviamo la somma di 301.842 euro. In realtà i fondi per “progetti territoriali” sono ancora di meno, 212.500 pari al 29,5% di quanto incassato. Il resto dei costi del sindacato è assorbito da spese per attività, spese generali e, soprattutto, spese per il personale e le collaborazioni: 760.122 euro. Complessivamente, il bilancio è in perdita per 286.274 euro.

Il Nidil parla di massima trasparenza dei fondi, ma non è chiaro se tutti i lavoratori conoscano il meccanismo. Per quanto riguarda gli stessi lavoratori i vantaggi della rappresentanza sono contestati. Il sindacato rivendica di aver finora “migliorato le regole circa la parità di trattamento sindacale, i controlli, gli strumenti di sostegno al reddito (maternità, disoccupazione), etc”. Un ex sindacalista che ha seguito il settore, però, ci fa notare come nel sistema di retribuzione dei lavoratori somministrati si nasconda un particolare che penalizza proprio questi ultimi.

La legge, infatti, prevede per gli interinali “un trattamento non inferiore a quello cui hanno diritto i dipendenti di pari livello dell’impresa utilizzatrice”. Questo principio fino al 2008 era ribadito con l’applicazione agli interinali dello stesso divisore contrattuale (il coefficiente che misura la paga oraria) che si applica ai contratti di categoria nella quale vengono inviati in missione. Nel contratto del 2008, invece, è stato introdotto un divisore contrattuale specifico per i lavoratori in somministrazione. Quando questo equivale a quello degli altri contratti (mediamente è così) non c’è problema. Ma quando il lavoratore si trova a fare i conti con divisori che nelle singole categorie rendono le paghe orarie più alte di quella di cui egli può beneficiare, il lavoratore viene svantaggiato. Accade così nel Commercio, nei Trasporti, nella Pubblica amministrazione, nell’Istruzione o nella Sanità, e in altri ancora. La differenza di salario per il lavoratore è minima, pochi centesimi. “Nessun lavoratore – spiega ancora l’ex sindacalista – intenterebbe una vertenza per pochi spiccioli con la prospettiva di perdere il lavoro”. Quei pochi centesimi moltiplicati per le decine di milioni di ore lavorate, però, possono portare a risparmi per le Agenzie nell’ordine di 10 o 20 milioni di euro l’anno. Nulla di illegale. Solo una delle tante contraddizioni che agitano il sindacato. Non a caso, in Cgil si è aperta una discussione sull’utilità o meno di un sindacato come il Nidil.

Da Il Fatto Quotidiano del 6 novembre 2013

LA REPLICA DELLA CGIL: “INVESTIAMO IL 70% IN PROGETTI TERRITORIALI”
In merito a quanto pubblicato il 6 novembre sul Fatto Quotidiano nell’articolo, “I sindacati guadagnano sulle spalle dei precari”, a firma di Salvatore Cannavò, mi preme sottolineare quanto segue. La contribuzione al sostegno alla rappresentanza sindacale, introdotta nel Ccnl del 2002 e aggiornata con l’ipotesi d’accordo dello scorso 27 settembre, ha lo scopo – ci pare legittimo – di sostenere l’attività del sindacato per la tutela di persone, quali i lavoratori somministrati, la cui durata dei rapporti non supera, in media, i 45 giorni. Per questo il costo è stato posto a carico delle agenzie e indirizzato all’ente bilaterale di settore, che lo riversa alle organizzazioni sindacali del settore. Si è trattato della mutualizzazione di un istituto che proprio la natura del lavoro in somministrazione rende di fatto difficilmente esigibile. NIdiL-Cgil pertanto ha deciso con delibera del proprio comitato direttivo che il 70% di tali somme fossero a disposizione di progetti di insediamento e rafforzamento delle strutture territoriali; che non vi sia corrispondenza con il dato di bilancio – curiosamente in possesso vostro – deriva dal numero di progetti presentati. Quanto ai giudizi dell’ignoto “ex sindacalista di categoria” segnaliamo, come spiegato nella conversazione avuta con l’autore dell’articolo ma non riportato nel testo, che il principio di parità di trattamento è stato rafforzato con il recente rinnovo contrattuale. Infine, riteniamo offensivi e pesantemente lesivi dell’immagine del sindacato sia il titolo che la chiusa dell’articolo, in cui si fa balenare l’idea che da un lato NidiL non difenda i lavoratori dagli abusi e dall’altro si arricchisca con dazioni delle agenzie, e “per questo” qualcuno in Cgil stia pensando di “cancellare NidiL”. D’altro canto, a corretta tutela della nostra immagine abbiamo già dato mandato legale per una querela nei vostri confronti.
Claudio Treves, segretario generale NidiL-Cgil
 
Le uniche deduzioni sono quelle fatte in questa lettera. Noi, come al solito, ci siamo limitati a riferire fatti, non contestati, compresa la versione del sindacato anche se il suo segretario, per impegni di lavoro, ha potuto dedicarci solo otto minuti. Anche la chiusa dell’articolo, lungi da “far balenare” idee offensive, si basa su fatti come il documento congressuale della minoranza Cgil in cui, nel 2010, si leggeva che “l’esperienza di Nidil ha fatto il suo tempo” (Sc).