Le conferenze del media center si facevano in una stanza tutto sommato non grossissima. Ogni volta, a occhio eravamo cinque o sei più altrettanti fotografi e cameraman. Certo, visto l’ospite era probabile che saremo stati di più, ma nulla mi avrebbe impedito di guardarlo negli occhi e di parlargli. Al diavolo l’interprete, avevo un giorno intero per riattivare il mio inglese fuori allenamento. Così arrivai in conferenza stampa. Presi il microfono e con una certa comprensione nel ruolo mi alzai in piedi per fargli una domanda. Chiesi, più o meno, che cosa avremmo visto di diverso quella sera nella Medals Plaza (come pomposamente era stata ribattezzata piazza Castello durante le Olimpiadi 2006) rispetto all’ultima volta che era passato da Torino, primavera 1992.

Non feci in tempo a finire la mia domanda accuratamente studiata nella forma e nell’accento che venni interrotto da un sonoro sbuffare. Si girò verso il suo accompagnatore e sibilò: “I can’t even remember what I did last week…“. Neanche mi ricordo cosa ho fatto la settimana scorsa. Bene, ok, bella figura, pensavo tra me e me. Per fortuna a levarmi dall’imbarazzo ci pensò un collega che, ancora più tronfio e compreso di me, se ne uscì con: “Do you think there is still a wild side on rock music today?“. Lui rimase zitto per un secondo,  sgranò gli occhi e sibilò un po’ più forte qualcosa tipo “This is the kind of question that no one should be so idiot to do“. Questo è il genere di domanda che solo un idiota può fare. Andò avanti così fino alla fine. L’unica conferenza stampa finita a fischi e insulti che io ricordi. La delusione era tale che il giorno dopo fummo tutti contenti di avere a che fare con Max Pezzali.

Rideva sempre e rispondeva entusiasta alle domande perfino se gli chiedevi “Ti piace Torino”? Il concerto, poi, fu una mezza schifezza. Faceva un freddo boia, la scaletta fu ostica anche agli adepti più affezionati. Tornai a casa pensando che uno degli artisti che più amavo era un gran pezzo di merda. Ho ripensato a quel giorno qualche mese fa, quando sul Fatto abbiamo tradotto un pezzo del Guardian. Non era una conferenza stampa ma un’intervista a due con un noto critico inglese. Il risultato era lo stesso. Pesci in faccia per 5 mila battute. Ci ho ripensato ovviamente anche ieri. In un attimo, però, ho rivisto un walkman di fine anni 80 con un nastro di Rock ‘n Roll Animal consumato; un signore vestito di bianco nel 1992 che sul palco del Teatro Nuovo pestava su una chitarra come raramente avrei sentito ancora; il buio pesto dell’Olympia di Parigi nel 1996, dove ero entrato di corsa quasi per caso, squarciato dal riff di Sweet Jane che non mi aspettavo di sentire così, subito, appena arrivato sotto il palco. E tanto altro. Sì, era gradevole come un calcio in culo. Ha qualche importanza? Ovviamente no. Per tutto il resto grazie, Lou.

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