Non c’è bisogno di guardare i capolavori horror di Takashi Miike (penso che solo i giapponesi, geneticamente e genuinamente laici, sappiano oramai produrre film davvero raccapriccianti e diversamente immorali), le disperate tragicommedie di Shion Sono, o leggere i devastanti – spesso deprimenti – romanzi di Emi Yamada o di Randy Taguchi per cogliere le profonde, insanabili e al tempo stesso vitali contraddizioni del Giappone.

Basta viverci per un po’. Un paese capace di commuoversi, compatto e convinto, per la fioritura dei ciliegi in primavera e la caduta delle foglie in autunno (eventi spesso seguiti in diretta dai network Tv) ma che massacra i delfini, alleva, sevizia e droga polli, maiali e quant’altro si riesca a produrre e riprodurre lontano dagli occhi, e obbliga per anni e anni i condannati a morte a dormire in posizioni designate e a restare in silenzio, seduti al centro della cella, per il resto della giornata, sino a quando verranno chiamati per essere impiccati. Una chiamata che arriva all’improvviso, un paio di ore prima dell’esecuzione, senza avvertire nessuno, neanche la famiglia o gli avvocati. Molti hanno aspettato più di trent’anni, un paio, come Sakae Menda (che anni fa è stato invitato in Italia dalla Comunità di Sant’Egidio, per portare la sua drammatica testimonianza) sono stati addirittura scagionati, nel frattempo. Uno, per il quale proprio in questi giorni è partita l’ennesima, probabilmente inutile, campagna di Amnesty International e di altre associazioni che lottano per l’abolizione della pena di morte, aspetta da 45 anni. Si chiama Iwao Hakamada. Non ci sta più, e vorrei vedere, con la testa: ma il sistema carcerario giapponese, immortalato nella sua crudele quanto ridicola rigidità nel capolavoro di Nagisa Oshima Koshikei (“L’impiccagione”, presentato a Cannes nel 1968, introvabile in Giappone) continua ad imporgli, ogni giorno, di aspettare, seduto immobile al centro della del “suo” impero, l’eventuale chiamata. Il tutto avvolto nel mistero, nel silenzio, nel buio e nell’ignoranza – cullata e alimentata dalla dolosa omertà dei media – della gente comune.

Sì, perché mi rifiuto di credere che i giapponesi, sensibili, gentili, colti e “civili” come poche altre popolazioni, seguaci, sia pure spesso solo formalmente, di religioni che riconoscono un’anima anche agli animali (il buddismo) e addirittura agli essere inanimati (lo shintoismo) possano condividere, approvare e addirittura apprezzare, queste barbarie. Non è per caso, evidentemente, che per un giornalista – e non solo straniero – sia difficilissimo, se non impossibile, visitare non solo il braccio della morte (interdetto persino ai parlamentari), ma anche mattatoi e allevamenti “ad alta intensità produttiva”, che in Europa, grazie al cielo, stanno pian piano scomparendo, grazie alle sempre più rigorose direttive comunitarie. Quelli dove i polli vengono nutriti con frattaglie di pesce, carne macinata di squalo e di cetacei (delfini compresi), penne e piume varie: roba insomma geneticamente incompatibile, e che se potessero ruspare, i polli eviterebbero con cura. Per non parlare delle galline da uova, imprigionate sin dalla nascita (e dopo aver provato l’esperienza del sessatore, un uomo che riconosce “al tatto” il sesso dei pennuti) in gabbie di 15 per 20 centimetri, dove non possono muoversi né aprire le ali e dove vengono “sbeccate”, appena capaci di deporre, con una fresa incandescente per evitare che danneggino le uova.

Stesso discorso per i maiali, esseri pare intelligenti quanto o più dei cani (se non ci credete andate a leggervi la bellissima, commovente novella di Kenji Miyazawa, purtroppo non tradotta in italiano, “Il maiale della Scuola di Agricoltura Frandon” che è un vero e proprio inno all’“identità” e sensibilità suina, capace di provocare immediate conversioni vegetariane), che in Giappone vengono ancora comunemente allevati al chiuso, in celle di cemento, provocando enorme sofferenza alle bestie e, paradossalmente, abbassandone la qualità delle carni. Che infatti continuano, nonostante gli enormi investimenti, ad essere considerate, a differenza di quelle bovine, di pessima qualità.

Spesso mi chiedo, quando vedo i giapponesi che nei supermercati selezionano con estrema cura i prodotti –e non solo in questi ultimi tempi, per via del rischio radioattività – leggendo le etichette e prestando attenzione alla scadenza, se si rendano conto della “negatività” che vanno a masticare, inghiottire e infine metabolizzare, loro che per l’affetto e la cura buddisticamente dovuta agli animali hanno persino un termine specifico, aigo: “amore e protezione”. Una “compassione” che purtroppo la maggior parte dei giapponesi concepisce oggi solo nei confronti degli animali domestici, divenuti comodo – ma altrettanto oneroso – surrogato, nell’impossibilità, o nel rifiuto, di far figli. Ma quello che più colpisce, aldilà delle inevitabili differenze culturali (siamo più barbari noi che imbottiamo le oche per ingrossarne il fegato o alleviamo i vitelli sospesi dal suolo per mantenere teneri i muscoli, o loro che sgozzano i delfini a sangue freddo, dopo averli storditi con rumori per loro atroci, mica per mangiarseli: per evitare che mangino tutto il plankton, di cui vanno ghiotti ) è la latitanza della compassione, l’incuranza per la sofferenza.

Eppure, per il buddismo, la sofferenza di un uomo è identica a quella di un animale. Dopo tanti anni che vivo qui, non riesco ancora a capire come possano accettare che un uomo, fosse anche il peggiore dei criminali, possa attendere per 45 anni, accovacciato al centro di una stanza, che qualcuno lo “liberi” mettendogli un cappio attorno al collo. Bisogna trovare il modo di farlo capire, ai giapponesi, che non c’è diversità culturale che tenga. Certe cose, certe pratiche, certe torture non sono accettabili. Punto.