A vedere quelle ‘o’ del logo Motor Show a forma di casco da corsa, più che una lacrima di commiato viene l’acquolina in bocca come di fronte ad una vetrinetta di prodotti vintage. Anno 1976, prima edizione del Motor Show a Bologna che in breve conquisterà mezza Europa: inizia lì l’era del rombo dei motori a due metri dal proprio naso, con la proliferazione dei cosiddetti ‘patacchini’ (gli adesivi alla bolognese, ndr) delle case automobilistiche, e la gente in fila per ore ai botteghini durante il ponte della Madonna dell’8 dicembre.

Donne e motori sfilano sulle passerelle della manifestazione dedicata alle quattro ruote, ma anche tanta politica. Uomini di potere, presidenti e rappresentanti locali vanno a fare visita al settore produttivo. Così resta impresso il saluto di Romano Prodi nel 2006, in piena crisi da capo del governo in bilico, accolto da contestazioni e fischi. Era la sua Bologna, ma non bastò a trattenere le urla di alcuni: “mortadella”, “buffone”. E si dovette rifugiare negli uffici della manifestazione. Ma non solo Prodi. Nel 2004 ad inaugurare la manifestazione fu l’allora presidente della Camera Pier Ferdinando Casini. Senza dimenticare i sindaci locali con ambizioni già romane dall’allora primo cittadino di Reggio Emilia Graziano Delrio (ora ministro agli Affari regionali) fino al sindaco di Bologna Sergio Cofferati (ora eletto al Parlamento europeo).

Ma non solo potere e politica. Il Motor Show è stato per anni il palco di star dello spettacolo, da cantanti a icone di un pop che con i motori andava a braccetto. Tra i cantanti nel 2007 arriva Gianni Morandi a firmare autografi per rilanciare la prima edizione a firma Gl Events. Nel 2008 Lucio Dalla e Alessandro Bergonzoni si mettono a disquisire di sicurezza stradale. Poi ancora tra le decine passati in questi ultimi quindici-vent’anni: Gianluca Grignani, Giorgia, Antonello Venditti, Emma Marrone. Senza dimenticare il pieno di sportivi delle quattro ruote, of course, e con il nuovo secolo l’arrembante invasione delle due ruote: Valentino Rossi, Max Biaggi, il rimpianto Marco Simoncelli. E ancora calciatori (Siniša Mihajlovic, Ferreira Pinto, Jaime Andres Valdes), star della pallavolo come Maurizia Cacciatori, dell’atletica come Fiona May e il re degli anelli Yuri Chechi. Poi le tantissime modelle, statuarie madrine del motore: Nina Senicar, Virginia Raffaele, Elena Santarelli, Martina Stella, Belen.

Altri tempi, altre code, altre calche. Nel 1976 ci si spintona per vedere Niki Lauda e James Hunt, gli ultimi due campioni di Formula 1, prima ancora che uscisse il bel Rush di Ron Howard. Nel 1979 è delirio totale per sfiorare un braccio di Gilles Villeneuve – si dice quasi un milione di spettatori per quella edizione – e delirio parziale per Jody Schekter, il sudafricano che vinse il mondiale in quell’anno ma che non riscaldò le fredde panche di metallo del mini autodromo fai-da-te sorto tra i padiglioni della Fiera di Bologna.

L’arena dei bolidi fece subito la differenza: moto, auto di F1, macchine da rally e ancora dragster e kart. E gli spettatori tutti lì a pochi metri, puzza di benzina, mescola dura e freni consumati. L’ebrezza del Motor Show per i puristi è qui. Poi verranno le hostess in latex o costume da bagno sdraiate come pelli di leopardo sopra i cofani delle auto. Questione di tempo.

Intanto il trio Mario Zodiaco, Sandro Munari e Giacomo Agostini dopo quattro edizioni vende il giocattolino alla Promotor di Alfredo Cazzola, allora 30enne e con una zazzera da far paura al compianto Little Tony. Cazzola ingrana subito la quinta, allarga la fiera all’esposizione di modelli di serie, richiama in servizio il drake Enzo Ferrari, punta tutto alla mescolanza di qualità e quantità, perfino con auto d’epoca e una pletora di piloti delle due e quattro ruote da far paura. In due anni, siamo nel 1982, il numero di presenze supera quello del salone dell’auto di Torino. Cazzola allarga l’area espositiva, la Fiat comincia a presentare i nuovi modelli in anteprima a Bologna, tempo pochi anni e tra l’88 e il ’90 la città va realmente in tilt.

Tale è il traffico di chi accorre in Fiera per vedere i bolidi che il Comune stanzia denari per aprire un’uscita della tangenziale a poche centinaia di metri per favorire l’afflusso di visitatori. E’ l’apoteosi di re Alfredo che, contornato da Ayrton Senna e Jacques Villeneuve, anche di fronte alla crisi economica del ’92-’93 subisce il colpo di qualche casa automobilistica che si fa di nebbia, e poi nel giro di due tre anni le fa tornare a casa a partire da quelle giapponesi e quelle tedesche.

Il 2002 è l’anno in cui Torino molla la presa e Bologna rimane l’unico vero salone dell’auto nazionale, potpourri vincente tra esposizione ed esibizione delle potenza di valvole e cilindri. Così quando il valore del gioiello bolognese non può più aumentare, Cazzola vende. E’ il 2007 i francesi della Gl Events acquistano il Motor Show, ma incassi e pubblico, complice la crisi, il cambio generazionale, una cultura dell’auto non più da kermesse e sgommate, calano lentamente anno dopo anno.

Gli organizzatori corrono incontro al pubblico: nel 2009 dimezzano il costo del biglietto (da 24 a 12 euro), ma il trend delle presenze rimane comunque negativo. Uno stillicidio di cifre, qualche unità percentuale in più, poi il prezzo viene rialzato e una giornata al motor show solo alle porte della Fiera con parcheggio, biglietto, panino e birra viene a costare anche 50 euro. Chi vive vicino alla zona Fiera da almeno un paio d’anni nemmeno più s’accorge che attorno all’8 dicembre c’è il Motor Show: nessuna fila all’entrata, nessun auto parcheggiata sul marciapiede a due chilometri, niente calca, niente caos. La città ha già capito che l’andazzo è quello. Un po’ come per le botteghe storiche del centro che chiudono, o quel Beppe Maniglia che da un po’ di tempo non appare più in piazza Maggiore a suonare Santana. Il Motor Show non c’è più, ma è come se ci fosse. Un pezzo di città che rimarrà nella storia. Poi è notizia di qualche giorno fa: Gl Events gira la chiave in senso antiorario. Motori a riposo per un anno. E il 2014 si vedrà, magari a Milano. In fondo per una multinazionale Bologna è come Milano, Pavia, Ladispoli. Il salone dei motori si fa dove c’è profitto e per stare qui i francesi dovevano sborsare due milioni di euro l’anno. Troppo. La crisi, forse, era soprattutto la loro.