Sono decine e decine i bisognosi che ogni giorno, a Palermo, si accalcano alle porte della Missione Speranza e Carità del frate laico Biagio Conte. Cercano un rifugio, assistenza, cibo. Da Natale potrebbero trovare una sorpresa tra gli assistenti del centro intenti a servirgli il cibo: l’ex governatore Salvatore Cuffaro. “Totò Vasa Vasa” ha infatti chiesto l’affidamento in prova ai servizi sociali. “Mettersi al servizio dei più poveri e dei più bisognosi” scrive l’avvocato Maria Brucale, legale dell’ex presidente siciliano condannato a sette anni di carcere per favoreggiamento a Cosa Nostra. L’ex punta di diamante dell’Udc è detenuto nel carcere romano di Rebibbia dal 22 gennaio del 2011, quando sulla sua condanna è arrivato il bollo della Corte di Cassazione. Da allora sono passati trentaquattro mesi, trascorsi tra interviste alla stampa, jogging mattutino nel cortile del carcere e la scrittura di un libro, “Il candore delle cornacchie”, candidato addirittura al premio Strega. Anche se non entrato nella cinquina

Cuffaro, però, adesso è cambiato. Almeno secondo i suoi legali. Non è più l’uomo che raccontò al costruttore Michele Aiello, prestanome di Bernardo Provenzano, della presenza di microspie nascoste nel salotto del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. “Allora Totò aveva ragione” esclamò il boss, pochi secondi prima di distruggere la microspia, occultata dagli inquirenti tra i divani dove riceveva politici, boss e medici di primo piano nella sanità siciliana. A tutti Guttadauro spiegava di votare Cuffaro alle elezioni regionali del 2001. Sia Guttadauro che Aiello hanno oggi lasciato il carcere: il boss di Brancaccio ha finito di scontare la sua pena già nel marzo del 2012, dopo uno sconto di circa 800 giorni di detenzione, mentre l’ex prestanome di Provenzano si trova ai domiciliari, impossibilitato a rimanere in carcere, dato che soffre di favismo.

Adesso è il turno di Cuffaro, che dopo quasi tre anni, tenta di lasciare la sua cella a pianterreno del carcere di Rebibbia, provando ad ottenere l’affidamento in prova ai servizi sociali, una misura che può scattare anche per i reati aggravati dall’articolo sette, ovvero l’aggravante mafioso.

A decidere se quello che un tempo fu l’uomo più potente della Sicilia debba o meno lasciare il carcere, sarà il Tribunale di Sorveglianza di Roma. Che dovrà basare la propria decisione su due punti cardine: il comportamento del detenuto in carcere e l’effettiva completa rieducazione rispetto al passato. Nel caso di Cuffaro, il comportamento in carcere non è in discussione, dato che è stato definito a più riprese come un detenuto modello. Per quanto riguarda la comprensione e il pentimento rispetto al reato commesso, e quindi la rieducazione, i legali fanno leva soprattutto sulle varie interviste rilasciate dall’ex governatore, in cui Cuffaro sottolinea di rispettare la condanna che gli è piombata addosso cambiandogli la vita. Dopo la condanna Cuffaro è stato anche radiato dall’ordine dei medici e licenziato dalla Regione Siciliana, ente di cui era dipendente anche se in aspettativa dal lontano 1990: in carcere ha iniziato a studiare Giurisprudenza. Tra gli sconti previsti dall’indulto e dalla buona condotta dovrebbe ancora trascorrere in carcere due anni e mezzo. Il prossimo 17 dicembre, però, il giudice potrebbe accettare la sua richiesta e rispedirlo a Palermo, da Biagio Conte: è lì, tra stoviglie da lavare e vassoi di cibo da servire che potrebbe cominciare la nuova vita di Totò Vasa Vasa, il potentissimo governatore che aveva il vizio di schioccare un doppio bacio sulle guance alle pletore di clientes che lo seguivano in ogni angolo di Sicilia.