Pestaggi violenti. Anche a sfondo razziale. Minacce brutali. Racconti in stile “Arancia meccanica”. Tutto postato sui profili Facebook o messo a verbale dalle vittime della babygang che per mesi ha terrorizzato il quartiere milanese di Baggio. L’indagine del commissariato Lorenteggio coordinata dal pm Annamaria Fiorillo alza così il velo sull’universo delle bande metropolitane: un mix di violenza e odio razziale. Tanto che è stata richiesta l’aggravante prevista dalla legge Mancino sulla discriminazione. Aggravante che però non sarà recepita dal gip del tribunale dei Minori.

Ma ciò che impressiona in questa storia sono le parole e le frasi tutte contenute nel fascicolo della procura di Milano. Il 31 maggio 2013 nei pressi di via delle Forze Armate la batteria di minorenni, quasi tutti residenti nei palazzoni di via Creta, prende di mira alcuni ragazzi eritrei. Le vittime fanno parte di una band musicale. Vengono picchiate a sprangate. Fuggono e si rifugiano in una farmacia. Verranno salvati grazie all’intervento di una volante. Pochi giorni dopo sul profilo Facebook di uno degli aggrediti  arriva questo messaggio. “Come scappavi tuniso di merda, sei morto, appena ti becco ti deformo la faccia. Figlio di puttana sei scappato bene dentro la farmacia. Non uscire più di casa”. Chi scrive è uno dei picchiatori di via Creta. Lo stesso che il giorno dell’aggressione conversa in chat: “Il vostro ha preso le botte stasera, lui e il suo amico, tutti gonfi”.

Spessore da balordi. A tal punto deformato che il giudice per le indagini preliminari non ha trovato altra soluzione che spedirli in carcere. Totale assenza di senso dello Stato, annota il gip. Per capire, basta guardare alcuni video su youtube. In uno di questi due ragazzi della banda si riprendono in camera da letto, davanti al computer. Uno di loro mostra un grosso tirapugni. Lo tiene in mano, lo indossa, lo mostra in primo piano, lo appoggia sugli addominali.

Le immagini, dunque. Per capire. E poi le parole. Quelle, ad esempio, che mette a verbale un signore omosessuale picchiato e insultato dalla gang. Aggredito due volte. Durante la seconda, oltre alle botte, ci sono anche le parole, che forse fanno più male. Leggiamo cosa urlava l’aggressore: “Non ti posso vedere, ti ammazzo di botte, non ti sopporto perché sei una grande puttana, troia, ricchione di merda, ti meriti questo”. Immaginare la scena non è difficile. Risultato: la vittima, che sta su una sedia a rotelle, per mesi non esce di casa nemmeno per comprarsi da mangiare.

Sono tanti questi ragazzi. Almeno venti. Di questi ieri quattro sono finiti dietro le sbarre. Consapevoli di quello che facevano, ma, probabilmente, non fino in fondo. Torniamo allora al gruppo di eritrei picchiato. Uno di loro, lo si è capito, è riuscito a fuggire all’aggressione rifugiandosi in una farmacia. La salvezza però è solo temporanea. I messaggi di minaccia arrivano a ondate. Abbiamo visto il primo. Ecco il secondo postato da uno dei quattro fermati, il quale addebita alla vittima il fatto di essere finito dentro per spaccio. “Infame, grazie a te mi hanno arrestato, sono uscito tre giorni fa, tu gira tranquillo con la tua coscienza sporca viscida da infame che non è oggi non è domani ma tutto il male che hai fatto torna indietro, ricordatelo bene”. Quindi per rendere esplicito il messaggio viene postata l’immagine di un colpo di pistola. I messaggi sono tantissimi. Il tono, però, non cambia. “Chi sbaglia paga”. E ancora: “Lo ammazzo a sto infame lurido”.

E poi ci sono i verbali, le denunce. Come quella di un giovane picchiato dalla gang davanti all’Arco della Pace. L’aggressione avviene sui gradoni davanti al Parco Sempione. La vittima è lì con alcuni amici. Poi arrivano loro. Sono almeno trenta persone. Gli sguardi torvi. Si vede che vogliono attaccare briga. La vittima distoglie lo sguardo. Poi interviene quando il branco si accanisce su un barbone. “Violenza gratuita”, si legge nel verbale. Chiedere di piantarla è solo la miccia che dà fuoco alle polveri della violenza. I primi colpi vengono menati con il casco. Colpi violenti che fratturano il volto e abbassano gli zigomi. Da quel momento in poi la vista si annebbia e i pugni arrivano da tutte le parti. Così va a finire in centro a Milano. Pochi attimi. Poi la fuga con i tirapugni in tasca. E quelle parole gridate: “Fate sapere a Quarto Oggiaro che quelli di Baggio sono arrivati fino all’Arco della Pace”. Parole di guerra. Che dal centro rimbalzano fin dentro ai casermoni popolari della Barona. Altro quartiere a rischio. Altre storie. Ancora da raccontare.

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