La Calabria ha bisogno di partecipazione al farsi della politica. Qui la gestione pubblica è spesso commissariata. Per i problemi dell’ambiente e della sanità il governo ha delegato diversi presidenti della Regione, sia di destra che di sinistra, dotati di più risorse e poteri diretti. Con l’emergenza rifiuti, per esempio, si sono moltiplicati costi e difficoltà, secondo la commissione parlamentare d’inchiesta della scorsa legislatura.

Bisogna dunque chiedersi come organizzare una forza politica che smonti il gioco delle parti, utile a nascondere profonde affinità fra i partiti. E occorre chiedersi che cosa si stia muovendo in questo senso: se esistono delle speranze, dei gruppi di resistenza capaci di convergere, veicolare proposte, costruire l’alternativa, sconfiggere una diffusa cultura di subordinazione e isolamento che risale all’Unità d’Italia e con cui la ‘ndrangheta, più che con i fucili, ha ottenuto il controllo del territorio.

Dalla provincia di Cosenza a quella di Reggio Calabria ci sono associazioni che operano in vari ambiti e intervengono su questioni importanti: bonifiche, impianti industriali, tutela dell’ambiente, salvaguardia delle coste, inquinamento, dati epidemiologici, sviluppo dell’agricoltura, integrazione, diritti, giustizia. Pur tuttavia, queste realtà non si parlano, non si avvicinano, essenzialmente per due ragioni. Da un lato la conformazione del territorio calabrese favorisce quell’isolamento culturale – uno specifico antropologico – di cui ho scritto sopra; dall’altro, a partire dalle scuole pubbliche, manca un approfondimento sulle conseguenze della spoliazione e colonizzazione del Sud da parte di Camillo Cavour e dei suoi successori. Naturalmente, la politica non può né sa occuparsi di quest’ultimo aspetto, avendo da tempo dimenticato la «Questione meridionale», di cui quella calabrese è la parte più amara e complessa.

I politici della Calabria hanno rinunciato a imporre le ragioni di questo estremo Sud, in cui l’emigrazione prosegue impoverendo i territori di energie intellettuali ed economie reali. Ciò è avvenuto perché in Calabria prevale l’ostilità interna, la cultura del sospetto, l’odio verso il proprio simile, l’invidia per l’altro e il giubilo per le sofferenze del vicino, prodotti da un’idea di emancipazione che coincide con la capacità individuale di spesa: con lo stipendio, il vecchio «posto».

Non si sottraggono a questa triste deviazione dei giovani che, per esempio, parlano confusamente di morale: senza contezza della storia calabrese, senza prospettiva e senza un progetto collettivo per l’avvenire. Mi riferisco a centinaia di eroi dell’insulto in rete, i quali individuano nella diaria dei politici il grande male da sconfiggere e che, in nome del risparmio come unico distintivo del parlamentare o dell’assessore, sono pronti a distruggere ogni seme di cambiamento: denigrando, diffamando, rendendo tutti uguali a tutti.

Chi vorrà un seguito politico lontano dai fili della ‘ndrangheta dovrà riunire la società calabrese attorno a un moderno, forte, sincero progetto meridionalista.

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