Lo spauracchio, nemmeno troppo velato, lo agita un autorevole esponente dei senatori democratici. Dice che una maggioranza, Pdl o no, si deve trovare. E si troverà. Non solo perché il Porcellum passerà solo a dicembre il vaglio della Corte Costituzionale, ma perché se si torna a votare con la legge firmata da Calderoli, ci si ritrova al punto di partenza: senza vincitori (o peggio ancora con i grillini in testa), condannati alle larghe intese. Così, la caccia al senatore è già aperta. Non deve necessariamente votare la fiducia all’esecutivo di scopo. Può anche semplicemente fare in modo che nasca “un governo di minoranza” . Se ne era discusso a lungo, già ai tempi dell’esploratore Bersani. Poi, Napolitano disse che, di soluzioni rattoppate, non era aria. Ma adesso sono passati sei mesi, tante cose sono cambiate e ci si può persino accontentare.

Accordi preventivi non sono ancora stati siglati, ma basta questa minaccia a mettere il Pdl di fronte alle sue responsabilità: con o senza di voi, si va avanti comunque. Non si tratterebbe, almeno questo è il messaggio che fanno filtrare i più vicini al premier, di un Letta-bis: l’attuale primo ministro non ha intenzione di intestarsi nessun prosieguo. Piuttosto, un esecutivo nato di nuovo sotto l’egida di Giorgio Napolitano, pronto a verificare l’esistenza di nuove “maggioranze”. I numeri con cui costruire la nuova intesa contano già alcune prese di posizione pubbliche. C’è Paolo Naccarato, con la pattuglia di 10 senatori di Gal (Giulio Tremonti, a dire il vero, si tira fuori) che non ha intenzione di seguire i vecchi amici pidiellini e annuncia “tradimenti” illustri (al momento, al Senato, non hanno firmato le dimissioni in bianco Carlo Giovanardi e Gaetano Quagliariello).

Ci sono i 4 ex senatori grillini, che tutti danno già per acquisiti, ci sono altrettanti dissidenti M5S che di fronte a un governo finalizzato a cambiare la legge elettorali sarebbero pronti a fare il grande salto. Non hanno gradito che il capogruppo uscente Nicola Morra abbia liquidato come un “bluff” le dimissioni dei Pdl. Scrive Luis Orellana: “Sarà vero o no. E’ poco importante. E’ importante invece proporre una soluzione seria e responsabile al Paese e capire chi ci sta”. Ci starebbero i senatori di Sel (sono 7): ieri è stato lo stesso Nichi Vendola a invocare un esecutivo per “cancellare il Porcellum e avviare l’Italia verso la ripresa”. La Lega invece è secca: “Se la scorsa volta ci siamo astenuti, stavolta voteremo contro”, spiega il capogruppo a palazzo Madama Massimo Bitonci. Sa anche lui che le elezioni subito non sono realistiche. Ma sostiene che si può tirare avanti fino a febbraio anche “a Camere sciolte”.

Sembrerebbe una follia, invece, non è detto che non stia in piedi. Tra le ipotesi che lo stesso entourage lettiano non esclude, c’è quella di una “lunga gestione degli affari correnti”. Tradotto, significa che lunedì o martedì Letta esce sfiduciato dal Parlamento. Napolitano avvia le consultazioni e perde un discreto tempo alla ricerca di nuove soluzioni. Alla fine però, il Quirinale si trova costretto a sciogliere le Camere e a indire nuove elezioni al massimo entro 70 giorni. Il Parlamento può comunque legiferare e addirittura si cita un caso scuola in cui il Presidente potrebbe autorizzare il governo ad emanare un decreto in maniera elettorale. Fantascienza, pura teoria. Eppure c’è chi fa notare che la lunga gestione degli affari correnti ha un precedente molto ravvicinato. Di mezzo ci sono state le elezioni, ma Mario Monti ha sbrigato l’ordinaria amministrazione dal 9 dicembre al 28 aprile: quasi cinque mesi.

da Il Fatto Quotidiano del 28 settembre 2013