Colpa del Cavaliere. Dell’ormai inevitabile aumento dell’Iva, certo, ma anche del tracollo del governo Letta, inatteso ed improvviso come tutte le fiammate berlusconiane degli ultimi giorni, prive di senso e piene di disperazione. Con le dimissioni dei ministri pidiellini per ordine di un Berlusconi evidentemente scosso fino alla disperazione, si aprono diversi scenari, il più probabile dei quali potrebbe essere la sostituzione dei ministri dimissionari e un nuovo passaggio di Letta alle Camere per tentare di riottenere la fiducia. La decisione ultima, comunque, è nelle mani di Giorgio Napolitano. Che viene descritto, in queste ore, come profondamente turbato per la piega disastrosa che stanno prendendo gli eventi per colpa di uno solo che non accetta il suo destino da pregiudicato.

Sembra che sia stato Niccolò Ghedini, nei giorni scorsi, a far crollare definitivamente il sistema nervoso del Capo annunciandogli che la Procura di Milano aveva già pronto un mandato di arresto, da tirare fuori un minuto dopo la sua decadenza, per l’accusa di inquinamento di prove del processo Ruby bis. Di qui tutte le accelerazioni di queste ore, prima le dimissioni dei parlamentari, poi queste dei ministri, una pressione fantastica e dai contorni certamente eversivi, per costringere il Pd a rinviare la legge Severino in Corte Costituzionale e fermare, in questo modo, l’iter della decadenza al Senato. Forse per addirittura due anni.

In altri tempi di democristiana memoria, forse un compromesso si sarebbe trovato su questo tema, oggi il Pd non può in alcun modo permettersi di accettare un ricatto del genere.

Ecco che, dunque, ora tutto torna nelle mani di Napolitano. Se Letta si rifiutasse, come ha già detto in precedenza, di dare vita ad un Letta bis, casomai con tecnici al posto dei ministri pidiellini, solo per fare la legge di stabilità e cambiare il Porcellum, allora Napolitano potrebbe chiedere ad un tecnico, forse allo stesso Giuliano Amato, di formare un esecutivo per traghettare il Paese alle urne a marzo. E’ solo che Berlusconi, con questa mossa, vuole spingere il Quirinale a mandare il Paese alle urne il 24 novembre, prima che la Corte Costituzionale si sia pronunciata sull’incostituzionalità del Porcellum (prevista il 3 dicembre), ma si tratta solo di un desiderata di Berlusconi, nulla di più. Napolitano non gliela darà mai vinta. E poi non ci sono più i tempi.

Se anche non si riuscisse a formare un nuovo esecutivo, il Capo dello Stato probabilmente chiederebbe a Letta di restare per gli affari correnti fino a marzo, tirando per le lunghe le consultazioni e il resto degli adempimenti che ci sono durante una crisi per chiudere la finestra che rende possibile le elezioni subito dopo Natale (ai primi di febbraio, per intendersi), ma è chiaro che questa crisi porta con sé tutto il carico della fine dell’impero berlusconiano e la gestione del tutto più che tecnica deve essere politica.

Non è da escludere – ma davvero come estrema ratio – che Napolitano renda operative le sue di dimissioni, come più volte minacciato seppur in sedi private, vanificando così la sbornia elettorale dei partiti che a quel punto sarebbero costretti a trovare prima un nuovo Capo dello Stato, poi un nuovo residente del Consiglio. Uno scenario che nessuno, al momento, si augura.

Al momento, è probabile – si diceva – che Letta torni in Parlamento per cercare di ottenere nuovamente la fiducia solo con la sostituzione dei ministri dimissionari. Se questo tentativo dovesse fallire, però, si aprirebbe solo la possibilità di un governo tecnico con all’interno personalità di gradimento “grillino”, ma allo stato la questione sembra difficile da concretizzarsi. In ultimo, ma davvero l’estrema ratio, è che si vada alle urne alla prima data utile a partire dalle dimissioni di Letta con un decreto, approvato dalla maggioranza del consiglio dei ministri in carica, che modifica il Porcellum. Il colpo di grazia per Berlusconi, senza dubbio, ma prima – molto prima – per tutto il Paese.