A rischio di attirarmi, come già avvenuto ogni volta che affronto l’argomento (con discreta competenza visto che ho vissuto questa catastrofe sin dal primo giorno e sono tra i pochi ad avere messo più volte piede all’interno della centrale), garbate critiche e rabbiosi insulti sia da una parte che dall’altra, penso sia il caso, dopo le recenti, allarmanti “notizie” circa la possibilità di un immediato apocalisse e alla vigilia di un’operazione (il “trasbordo” delle barre di carburante) obiettivamente pericolosissima e mai tentata sinora penso sia il caso di fare il punto sulla situazione a Fukushima.

Come già detto e scritto più di una volta, temo davvero che il peggio, a Fukushima, debba (o quanto meno possa) ancora venire. E oramai, nonostante le irresponsabili bugie distribuite urbi et orbis dall’attuale premier Shinzo Abe (per accaparrarsi le Olimpiadi e rafforzare la sua immagine in patria), perfino i dirigenti della Tepco, curiosamente ancora a piede libero e addirittura ancora al comando delle operazioni di “messa in sicurezza” di una “bomba” che loro stessi avevano innescato sin dalla sua folle progettazione, cominciano ad ammetterlo. Ovvietà da tempo scontate ma solennemente smentite – come i continui “sversamenti” di acqua radioattiva dentro e “fuori” della centrale (ossia in mare) sono stati ammessi ufficialmente, come pure il fatto che, a oltre due anni e mezzo di distanza dalla catastrofe, il fatto che nessuno, ma proprio nessuno sappia ancora che fine abbiano fatto i noccioli di ben tre reattori e quale sia la reale situazione all’interno degli stessi. Alla faccia della “messa in sicurezza” pomposamene annunciata appena sei mesi dopo l’incidente dalla Tepco e dalle vergognose e dolose rassicurazioni ripetutamente fatte dal governo giapponese.

Basterebbe questo, in un paese “normale”, per allontanare dalla centrale tutti coloro che se ne sono occupati finora, dichiarare lo stato di emergenza e chiedere, senza ulteriori indugi e patetici nazionalismi, alla comunità internazionale di intervenire con una squadra di esperti che, come dire, provino “a metterci una pezza”. Perché di questo passo – le previsioni sono della Tepco, non di qualche blogger disseminatore di bufale nucleari – per “decommissionare” la centrale (che poi sono due: delirante il “battibecco” tra il premier ed i dirigenti della società, quando in occasione della sua visita a Fukushima, sabato sorso, Abe ha invitato a decommissionare anche Fukushima 2, rimasta intatta e pronta, teoricamente, a ripartire: “Vedremo – ha risposto il presidente della centrale – in effetti dovremmo prendere una decisione, entro il 2014) occorreranno 40 anni e qualcosa come 11 miliardi di dollari. Altro che Abenomics: in caso di una nuova emergenza, salterebbe la Federal Reserve, costretta a restituire le riserve valutarie che il Giappone (come la Cina) investe massicciamente nel debito Usa.

L’incubo di quello che potrebbe succedere non ci autorizza tuttavia a seguire – e tanto meno condividere – tutte le bufale che appaiono un giorno si ed un giorno no sulla rete e che spesso vengono recepite così come sono persino dalle grandi agenzie e dai grandi media, causando inutile allarme e preoccupazione per tutti coloro che in Giappone ci vivono o hanno parenti e amici. Come quella della contaminazione progressiva del mare, del pesce e degli ortaggi geneticamente modificati, di “centinaia” di morti per tumore, o del rischio di “liquefazione” del suolo con conseguente “inghiottimento” – stile Hollywood – dell’intera centrale con tutti i suoi reattori. Un fisico nucleare italiano che vive a Tokyo e che sin dai primi momenti dopo la crisi fornisce equilibrate e competenti valutazioni sul suo blog spiega in modo semplice ed efficace come il mare sia di per sé molto più radioattivo di quanto si possa immaginare e che le porcherie progressivamente sputacchiate dalla centrale non siano che le classiche “gocce” nel mare. E dopo aver spiegato che il rischio “liquefazione” sia reale quanto l’esistenza di Godzilla, fornisce un interessante elenco di sommergibili nucleari sprofondati in mare e tutt’ora sepolti con i loro reattori: quattro russi e due americani. Ma nessuno, negli anni, si è preoccupato di consumare il pesce che vi gravita intorno.

Invece di preoccuparci – o quanto meno di preoccuparci troppo – per il pesce e gli ortaggi che si continuano a consumare in loco e all’estero (c’è gente, soprattutto tra gli stranieri, che continua a cucinare con l’acqua minerale e qualcuno che addirittura la usa per lavarsi…mentre in Italia c’è ancora chi pensa che il tonno servito nei ristoranti giapponesi venga da Fuskushima) dovremmo invece preoccuparci per quello che nel breve e medio periodo, può ancora succedere. E di quanto l’allucinante sciatteria ed incompetenza dimostrata dalla Tepco – l’ultima è stata quella di sbagliare il nome del premier Abe sulla sua tuta protettiva, ai tempi dello shogun ci sarebbe stata una catena di hara-kiri – aumenti, obiettivamente, questo rischio. La sensazione più forte che ho riportato, nel corso delle mie visite alla centrale è stata quella di migliaia di formiche che corrono di qua e di la, nel tentativo di tamponare piccole e nuove “emergenze”, perdendo di vista – forse perché ancora nessuno ce l’ha ben chiaro – il vero problema. Seppellire i reattori, e possibilmente archiviare il nucleare. Come ha fatto la Germania, tre giorni dopo l’incidente di Fukushima. L’instabilità, l’incertezza del governo giapponese non aiuta certo a pensare, e applicare, soluzioni efficaci.

Uno dei rischi maggiori, reali e concreti, è un nuovo terremoto. I terremoti non si prevedono, ma sono molti gli scienziati che stimano probabile una scossa superiore al 7°grado entro l’anno prossimo e altamente probabile entro tre anni. Un evento del genere – se anche non provocasse l’apocalisse e, come scrive qualcuno, la necessità di “evacuare l’intero emisfero del nord” – non sarebbe certo di facile gestione. E se i giapponesi, ancora (ma sempre meno) fiduciosi delle fonti ufficiali non sembrano preoccuparsene troppo, nei paesi limitrofi come Corea, Cina, Russia, e anche in quelli un po’ più lontani, come gli Stati Uniti, aumentano perplessità, imbarazzo e fastidio per la sempre più evidente superficialità e incompetenza con le quali le autorità giapponesi stanno gestendo l’emergenza. E questo lo dice la Cnn, non Greenpeace.

Ma anziché lavorare “ai fianchi”, e puntare diritto invece alla “sepoltura” della centrale e de suoi maledetti reattori, i fenomeni della Tepco – spalleggiati dal governo che chissà, immagina in caso di successo un fallout di immagine positiva come quello registrato in Italia per il recupero della Concordia (peccato che non avremo però centinaia di giornalisti e le dirette Tv, troppo pericoloso assistervi) – stanno preparando un’operazione estremamente delicata e pericolosa, mai tentata sinora. Spostare oltre 1300 (ciascuna di circa 300 chili, per un totale di 400 tonnellate) barre di carburante, per la maggior parte spento, dalla “piscina” a rischio situata in cima al reattore n.4 in “luogo sicuro” (non hanno ancora detto dove, ovviamente per motivi di “sicurezza”, roba davvero da ridere). E’ un’operazione mai compiuta sinora – come quella della Concordia – e ad altissimo rischio. Qualcuno sostiene che le barre esprimono un potenziale di radioattività 14 mila volte superiore alla bomba di Hiroshima (il che equivale a dire che un camion di benzina equivale ad un milione di bombe Molotov, commenta Marco Casolino, autore del già citato blog) ma è pur vero che nessuno ha idea, reale e concreta, dell’effetto che la caduta, o la semplice rottura di una sola barra potrebbe produrre. Per carità, l’operazione, a detta di tutti, deve essere fatta (anzi è già tardiva): ma il problema è se la Tepco, che in questi anni tutto ha dato fuorché alcuna prova di serietà, competenza ed efficienza, sia in grado condurre questa operazione senza chiedere, come dovrebbe, l’aiuto internazionale.

“E’ come tentare si sfilare una ad una le sigarette da un pacchetto, senza farle urtare tra di loro. E con il problema che alcune di loro sono già pericolosamente piegate” ha spiegato alla Reuters l’ingegnere nucleare – ma “antinucleare” – Arnie Gundersen. L’operazione – sicuramente necessaria a causa della pericolosa instabilità dell’edificio che contiene il reattore n.4 – è lunga, delicata e complicata. Le barre dovranno essere sfilate una ad una ed infilate in un contenitore d’acciaio: il tutto sott’acqua, “manualmente” (manovrando cioè un braccio meccanico dall’esterno, ma senza l’ausilio di un computer) prima che il contenitore venga calato da una gru e depositato in “luogo sicuro”. E’ saggio affidarla a gente che ha omesso, mentito, corrotto e quant’altro sarebbe stato sufficiente, in qualsiasi altro paese, a metterli sotto processo e probabilmente condannarli per procurato disastro? O che sbaglia il nome sulla tuta del primo ministro in visita ufficiale?