Sono 22 gli attivisti di Greenpeace e membri dell’equipaggio della nave Arctic Sunrise per cui il tribunale di Murmansk, la città all’estremo Nord della Russia, ha ordinato la detenzione per due mesi senza cauzione. Tra di loro c’è anche un italiano, Cristian D’Alessandro di Napoli. Durante un’udienza fiume il tribunale ha esaminato il caso dei trenta attivisti dell’organizzazione ambientalista che il 18 settembre hanno cercato di salire sulla piattaforma petrolifera offshore di Gazprom, Prirazlomnaya. “Il gruppo non è intimidito e i suoi avvocati faranno appello chiedendo la liberazione immediata delle persone detenute”, ha fatto sapere Greenpeace in un comunicato. La loro, ha spiegato più volte Greenpeace, è stata una protesta pacifica contro le trivellazioni nell’Artico, in questo particolare caso, nel mare di Barents. “Questi provvedimenti di giustizia sono una reliquia di un’altra epoca, come lo è l’industria petrolifera russa”, ha detto il direttore di Greenpeace International Kumi Naidoo. Ma le autorità russe, almeno in prima battuta, hanno contestato ai militanti l’accusa di pirateria. Il portavoce di Gazprom, Serghiei Kuprianov, ha dichiarato alla radio Eco di Mosca che i militanti ambientalisti hanno agito “in modo totalmente illegale”.

Il rompighiaccio di Greenpeace, infatti è stato preso d’assalto e rimorchiato a Murmansk dalla Guardia costiera russa, mentre gli attivisti sono stati messi in “centri di detenzione provvisoria”. Per poi vedersi arrestati per due mesi. In vista dell’udienza sulla detenzione il territorio attorno al tribunale è stato ripulito di notte in fretta e furia, per fare una bella figura con i media di tutto il mondo che tengono i riflettori puntati sul caso. Anche perché tra gli attivisti sottoposti all’arresto fino al 24 novembre ci sono cittadini di vari Paesi: dall’Italia c’è appunto Cristian D’Alessandro, ma c’è anche un americano, il capitano della nave Pete Willcox, due canadesi, un neozelandese, un polacco, tre cittadini del Regno Unito, un francese, un turco, uno svizzero, una danese, un argentino e un australiano. Ci sono anche quattro russi, tra cui il fotografo freelance di Afp e Reuters, Denis Sinyakov.

L’arresto di Sinyakov ha scatenato un grande scalpore e una vasta indignazione tra i giornalisti russi e stranieri. All’udienza ha detto: “L’unico crimine che ho commesso è fare il giornalista. La mia macchina fotografica è l’unica arma che avevo”. Per venerdì una serie di importanti testate russe annuncia un blackout: sui loro siti non pubblicheranno neanche una foto. La protesta a cui aderiscono, in particolare, la radio Ekho di Mosca, canale Dozhd, la Novaja Gazeta e Gazeta.ru, vuole essere una manifestazione di solidarietà a sostegno di Senyakov. Il suo arresto è stato condannato anche da Reporter senza frontiere. “Sinyakov è stato arrestato mentre svolgeva la sua attività di giornalista, quindi la sua detenzione costituisce una violazione inaccettabile della libertà dell’informazione“, c’è scritto sul sito dell’organizzazione. 

Mentre per altri 8 attivisti la carcerazione preventiva è stata prorogata per 72 ore. Si tratta di Dmitri Litvinov, portavoce internazionale di Greenpeace con cittadinanza svedese, ma anche cittadini dell’Olanda, Brasile, Finlandia e due attivisti dalla Gran Bretagna. Per quanto riguarda gli attivisti arrestati fino al 24 novembre, il tribunale potrebbe modificare la loro misura detentiva, fino a rilasciarli. Nella richiesta di detenzione a carico degli attivisti si specificava che la misura è dovuta al fatto che “nessuno di loro risieda nella Regione di Murmansk e che possono per questo darsi alla fuga per reiterare il reato”. Non sono state formulate accuse formali di alcun tipo contro gli attivisti né contro i membri dell’equipaggio. Sul sito di Greenpeace è stata lanciata una petizione per liberare gli attivisti che ha raccolto in pochi giorni 500mila firme. 

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