Il giorno del “grande errore” del Pdl, quello che sta portando i berluscones verso un redde rationem da dove potrebbero uscire con le ossa rotte (e il partito in frantumi) è cominciato ieri all’ora di pranzo a Palazzo Grazioli, dove un Berlusconi in uno stato di prostrazione fisica e mentale (ha preso 11 chili di peso per lo stress, non li ha persi, come invece si era detto in precedenza) aveva chiamato i suoi colonnelli (presenti tutti, compreso Alfano) per decidere come agire. Una discussione cominciata già dall’antipasto, con Daniela Santanchè e Renato Brunetta che da subito hanno incrociato le spade sparando le ipotesi più fantasiose per rispondere all’esigenza berlusconiana di “dare un segnale forte” al Pd sulla sua decadenza e al governo sulla necessità di non pestare troppo sull’acceleratore sia sul fronte delle riforme (quella elettorale in particolare) che su quello del patto di legislatura, che il Cavaliere non ha alcuna intenzione di firmare. A quel punto, in un clima surriscaldato dal litigio, Renato Brunetta ha spiazzato l’uditorio dei commensali facendo sua la proposta delle dimissioni di massa, proposta che in passato era stata invece avanzata dalla Santanchè. Una “guerra tra falchi”, insomma, che ha portato verso una sorta di cupio dissolvi del centrodestra berlusconiano: se deve “morire” il capo, noi moriremo con lui.

Mossa strategicamente e politicamente sbagliata che ha vissuto, però, il suo momento più drammatico (ma forse anche grottesco) la sera, nella sala della Regina di Montecitorio, dove Berlusconi aveva convocato i gruppi parlamentari. E, infatti, c’erano tutti, al tavolo Schifani, Brunetta e Alfano, davanti le truppe berlusconiane al gran completo. E’ stato Schifani, con un discorso definito da alcuni dei presenti come “di alto profilo istituzionale” a rimarcare sullo sgarbo fatto dal Pd nell’accelerazione compiuta in Giunta sulla decadenza di Berlusconi da senatore “senza aver neppure voluto prendere in considerazione la nostra richiesta di avere contezza della retroattività della legge Severino”.

A quel punto è stata la volta di Brunetta, che si è attaccato proprio alla legge Severino per comunicare ai presenti che le dimissioni di massa sarebbero state la mossa decisa dal vertice per il “segnale”. Quindi la parola sarebbe dovuta passare ad un Alfano assolutamente titubante e per nulla convinto della necessità “di arrivare a tanto” quando ha fatto il suo ingresso nel salone Silvio Berlusconi, scusandosi “per aver interrotto l’assemblea”. Schifani, a quel punto, si è rivolto ai colleghi chiedendo la disponibilità di chi “si era iscritto a parlare” di lasciare spazio “al presidente”, “anche se credo di parlare a nome di tutti – questo il passaggio chiave – nel dire che nel momento in cui il Presidente dovesse essere dichiarato decaduto, noi non potremo certo restare qui, quindi ci dobbiamo considerare fin da ora tutti formalmente decaduti al suo fianco…”.

E’ partito un applauso che ha suggellato (almeno in apparenza) la volontà dei parlamentari pidiellini di “morire insieme al Capo”, anche se poi, finita la sbornia dell’emozione, le facce di molti peones si sono fatte subito pallide e impacciate: “Ma davvero dobbiamo dimetterci tutti?”. Si, e lo ha deciso Brunetta, si dovrebbe sottolineare. “Che non si è reso conto – commenta un ‘alta fonte del Pdl – di portarci tutti verso un vicolo cieco; se si andrà ad una verifica parlamentare della crisi, il partito andrà in mille pezzi, ma soprattutto adesso non sappiamo come uscirne: è stata fatta una vera cazzata…”. Berlusconi, ieri sera, dopo l’applauso dei suoi, si è mostrato commosso, ma c’è chi sostiene, dentro il Pdl, che la sua paura di essere arrestato “da una delle tante procure d’Italia che vuol mettersi la medaglietta e mettermi le manette ai polsi” sia tale da aver ormai preso ampiamente il sopravvento sulla strategia. E, soprattutto, sulla ragione.