Secondo le analisi della Cgia di Mestre la pressione fiscale arriverà nel 2013 alla bella percentuale del 44,2 % del Pil. In parole più semplici, significa che ogni 100 euro di valore generato, i cittadini devono versare in media 44,2 euro allo Stato. Limitandosi ai contribuenti accertati, questa media sale al 53,6%; trattandosi di un valore medio, è semplicemente enorme. Sul fatto che ciò non sia sostenibile, con l’eccezione di qualche (fortunatamente) minoranza che pensa ancora che lo Stato debba appropriarsi di tutta la ricchezza prodotta e poi ridistribuirla in parti eguali a prescindere, sono oramai tutti d’accordo; industriali (da sempre), lavoratori dipendenti (con la bava alla bocca), politici; anche artigiani, commercianti e professionisti che forse talvolta già si auto-riducono le tasse.

La pressione fiscale è elevata in modo così devastante che perfino il viceministro dell’Economia Fassina, non certamente da annoverarsi tra i fautori di uno stato ultra-liberista e privo di servizi sociali, ha ritenuto un po’ di tempo fa di esprimere il concetto tanto caro a Berlusconi: talvolta evadere il fisco diventa una necessità vitale. Dissento da questa affermazione nel lungo termine, intendendosi che a regime, con le tasse pagate da tutti, purché a uno Stato capace di intendere e di volere, le stesse potrebbero tranquillamente decrescere e diventare “alla portata di tutti”; nell’immediato, viceversa, penso anch’io che parecchi si trovino di fronte al dilemma: chiudere o evadere; chi non può permettersi il “lusso” di questa scelta, di solito chiude, sia esso artigiano, imprenditore o altro. 

La nostra pressione fiscale, alla quale ora allegramente partecipano crescentemente e allegramente i Comuni (secondo il principio tutto italico per cui una tassa non può mai essere abolita o ridotta, ma solo sostituita, come nel caso dell’Imu) non è solo insensata, ma è mortale per la nazione e infatti ha cominciato a ucciderla da qualche lustro; questa non è una teoria, ma l’osservazione pratica di ciò che si dipana sotto gli occhi: aziende che chiudono, famiglie che non riescono a pagare le spese condominiali, competitività azzerata, recessione che si avvita; non abbiamo futuro a meno di soluzioni radicali. Già, ma quali, si chiederà?

Per ridurre le tasse, che per i cittadini sono “uscite” ma che per l’elefantiaco apparato di Stato, Regioni, Province, Comuni, sono “entrate” occorre ridurre in modo equivalente le loro “uscite”, vale a dire le spese; lo so che il concetto è elementare, ma è ferreo e purtroppo occorre ricordarlo perché sembra che chi lo dovrebbe applicare faccia finta di non conoscerlo; quando un ente si trova in difficoltà finanziarie, l’opzione di ridurre le spese viene guardata con ilarità e il ricorso a ulteriori tasse è la prassi.

“Spese”, tuttavia, è una voce estremamente generica e che si articola in dettagli estremamente variopinti; si va dalle spese per interessi sul debito, ahimè incomprimibili a meno di ridurre il debito, a quelle per investimenti, per esempio in infrastrutture; da quelle per servizi essenziali come sanità, sicurezza, istruzione e assistenza ai disabili e agli indigenti, a quelle estremamente graduabili come la struttura amministrativa. Ancora più netta è la differenza, nelle spese correnti, tra acquisti di beni e costi del personale.

Nel bilancio dello Stato del 2012 la previsione di spesa per il personale era di 89 miliardi di euro, ai quali sono da aggiungersi i costi del personale di regioni e province (solo le autonome) pari nel 2011 ad altri circa 90 miliardi di euro, quelle delle province non autonome e dei comuni, delle quali con tutta la buona volontà non sono riuscito a trovare il totale e, venenum in cauda, il cospicuo acquisto di servizi esterni da parte di tutti gli enti pubblici non centrali.

 Un malloppo che vale minimo 180 miliardi di euro, ma più probabilmente oltre i 300 miliardi o più di stipendi sostenuti dalle finanze pubbliche.

 

I nostri politici del passato prossimo e quelli del presente devono ritenere che lo Stato sia una macchina per la creazione di posti di lavoro. Il problema è che molti di quei posti di lavoro, formalmente giustificati da una burocrazia soffocante che sforna regole anche allo scopo di creare la necessità di addetti per farle osservare, sottraggono linfa vitale ad altri cittadini e alle imprese e mentre accelerano la corsa verso il precipizio dell’insostenibilità fiscale, impediscono la creazione di ammortizzatori sociali diffusi e che raggiungano equamente tutti; in buona sostanza il più grande ammortizzatore sociale resta la creazione di posti di lavoro fittizi, riservati però a privilegiati.

 

Se a questo si aggiunge il privilegio di chi gode di pensioni non previdenziali e non motivate da condizioni altrimenti di indigenza (penso alle false invalidità, alle famose pensioni baby e alle pensioni retributive di medio importo) l’ammontare di spese a fronte di privilegi diventa immensa ed è lì che un Governo serio dovrebbe guardare per trovare le possibilità di riduzione del carico fiscale. Non c’è alternativa alla dolorosa riduzione di questi privilegi; si può solo continuare a morire, purtroppo anche lentamente.