Almeno per il momento gli italiani, grazie alle pressioni del Pdl sul governo Letta, non dovranno più pagare l’Imu. Ma a versare la discussa tassa sugli immobili presto potrebbe essere chi, finora, non lo ha fatto. E’ il caso delle compagnie petrolifere proprietarie di piattaforme situate di fronte le coste dei Comuni. La questione, in realtà, è tanto vecchia, quanto controversa. Tra i primi ad esigere il pagamento dell’allora Ici fu il Comune di Pineto (Teramo). E’ il 1999 quando il piccolo centro abruzzese contesta all’Eni “l’omesso pagamento dell’imposta comunale sugli immobili – si legge nella relazione di controllo della gestione finanziaria della compagnia petrolifera, stilata dalla Corte dei Conti – relativamente ad alcune (quattro, ndr) piattaforme localizzate nelle acque territoriali del Mare Adriatico”.

Circa 17 milioni di euro in tutto (sanzioni e interessi compresi) la somma richiesta dal Comune di Pineto per i cinque anni precedenti (’93-’98). Immediato il ricorso della compagnia del cane a sei zampe, secondo cui “il mare territoriale nel quale sono installate le piattaforme (a circa 10 chilometri dalla costa, ndr) non rientra nel territorio comunale”. Prima la Commissione tributaria provinciale di Teramo (2001), poi quella della Regione Abruzzo (2003) danno ragione all’Eni.

Ma il combattivo comune non si dà per vinto e va in Cassazione, che clamorosamente, con la sentenza 13794 del febbraio 2005, riconosce il potere impositivo del comune sulle acque territoriali. Si ricomincia dunque davanti ad un’altra sezione della Commissione tributaria regionale, a cui la Cassazione ha rinviato la causa. A sostegno della sentenza della Cassazione anche le autorizzazioni rilasciate dalla Capitaneria di Porto: “Le concessioni comunali che insistono su luoghi demaniali sono individuate nei comuni di appartenenza”.

Intanto, forte della decisione della Suprema Corte, il Comune di Pineto ci prende gusto e chiede all’Eni di pagare l’imposta sugli immobili anche per gli anni che vanno dal ’99 al 2004. Altri 24 milioni. Sulla falsariga del comune abruzzese, anche altri comuni recapitano alla compagnie petrolifere richieste di pagamento della tassa: sempre all’Eni il comune di Gela (Caltanissetta) chiede 3 milioni di euro; Falconara Marittima (Ancona) ne pretende invece dall’Api 1,2. E richieste milionarie arrivano anche all’Edison dai Comuni di Pedaso e Porto Sant’Elpidio (Fermo), Tortoreto (Teramo) e Termoli (Campobasso). D’altronde le leggi parlano chiaro, sostengono in coro gli amministratori dei vari Comuni: “E’ il possesso del bene, a prescindere dall’iscrizione catastale, a determinare l’imponibilità”.

Nel dicembre 2009 però arriva la doccia fredda. La Commissione tributaria regionale d’Abruzzo dà ragione ancora una volta all’Eni. Le piattaforme non sono accatastabili, dunque i presupposti per imporre l’Ici sono carenti. Tuttavia per il Comune di Pineto arrendersi dopo dieci anni di lotta – e soprattutto dopo quella sentenza della Cassazione – è fuori discussione. E nel 2011 presenta un nuovo ricorso in Cassazione. Ma, contrariamente a quanto accaduto in Abruzzo, nel novembre 2012 la Commissione regionale del Molise dà ragione al Comune di Termoli: l’Edison deve versare nelle casse del Comune molisano 9 milioni di euro (7,748 a titolo di Ici e 1,2 di interessi). “Una sentenza importante e storica, che avrà rilievo nazionale – esulta il sindaco Antonio Di Brino – perché molti comuni sono nelle nostre condizioni”. Aspettando il nuovo giudizio della Cassazione per la vicenda del Comune di Pineto (da cui tutto è partito), adesso l’elenco dei Comuni ‘ribelli’ potrebbe allungarsi. La Commissione Bilancio del Comune di Crotone ci sta infatti seriamente pensando. Anche in questo caso a ricevere l’avviso di pagamento sarebbe la società guidata da Paolo Scaroni.