E’ una storia fatta di centinaia di milioni di euro sprecati – poco conta se per incompetenza o malafede – dal management della tv di Stato e di macroscopiche violazioni del contratto di servizio pubblico da parte della Raiquella raccontata nella sentenza con la quale, lo scorso 30 agosto, i Giudici del Consiglio di Stato hanno messo fine ad una delle più vergognose epopee consumatesi nel sistema televisivo italiano.

Ma non basta. La storia che emerge dalla Sentenza del Consiglio di Stato nella vicenda che ha visto contrapposti, per anni, Sky, Rai, Tivusat e l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, racconta anche di un Ministero delle Comunicazioni che sbaglia clamorosamente nell’interpretare il contratto di servizio pubblico da esso stesso scritto e firmato, agevolando così la commissione di un illecito da parte della tv di Stato anziché tutelare l’interesse di milioni di cittadini e racconta, soprattutto, di un’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni incapace – a pensar bene – di vigilare su una vicenda di sconvolgente linearità e di garantire il diritto di milioni di utenti ad accedere ai contenuti del servizio pubblico radiotelevisivo finanziati con i loro soldi.

Ce n’è abbastanza per riempire una delle pagine più buie della storia del Paese ma nella Sentenza è scritto molto altro e molto di più.

Tanto che vale la pena ricominciare dal principio.

Nell’estate del 2009, l’allora Direttore Generale della Rai, Mauro Masi, decide di rifiutare i 350 milioni di euro [n.d.r. 50 milioni all’anno per sette anni] che Sky avrebbe pagato a Rai per poter rendere disponibili ai propri utenti tutti i contenuti trasmessi dalla Rai ovvero sia quelli rientranti nel servizio pubblico radiotelevisivo che gli altri.

Mauro Masi, manager pubblico di lungo corso, rivendica la bontà della sua scelta dicendo che non può “svendere” – l’espressione è la sua – i contenuti della Rai a Sky e che ritiene di dover gestire la Rai secondo le regole del mercato e della concorrenza. Contestualmente – ed anzi conseguentemente – Rai inizia a codificare i propri contenuti, inclusi quelli di servizio pubblico, attraverso una tecnologia che li rende inaccessibili agli utenti Sky ed accessibili ai soli utenti della neonata Tivusat, la società costituita dalla Rai, assieme ai concorrenti Mediaset e Telecom Media.

E’ un’evidente violazione del contratto di servizio pubblico all’epoca vigente che imponeva alla Rai di cedere gratuitamente tutti i contenuti di servizio pubblico a tutte le piattaforme di modo che gli abbonati potessero accedervi senza nessun onere ulteriore rispetto al pagamento del canone.

Altroconsumo – associazione di consumatori – a questo punto segnala la vicenda all’Agcom, chiedendole di intervenire per scongiurare il rischio che milioni di cittadini si ritrovassero nell’impossibilità di fruire dei contenuti del servizio pubblico radiotelevisivo. L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, tuttavia, non trova di meglio da fare che archiviare frettolosamente il procedimento senza neppure notificarne l’avvio a Sky, ritenendo tutto assolutamente regolare.

Frattanto il Ministero delle Comunicazioni, attraverso l’apposita commissione, e il Ministro delle Comunicazioni – all’epoca Paolo Romani, sodale dell’allora Premier Silvio Berlusconi – si preoccupano di sedare gli animi di chi inizia a gridare allo scandalo, confermando che è tutto regolare perché il contratto di servizio pubblico, in effetti, non obbliga la Rai a cedere gratuitamente i propri contenuti a tutti gli operatori commerciali attivi sulle diverse piattaforme ma solo ad essere presente su tutte le piattaforme, cosa che – con riferimento al satellite – la Rai avrebbe scelto di fare attraverso la sua presenza su Tivusat. Incredibile ma vero.

Il Ministero delle Comunicazioni, la sua controparte contrattuale Rai – ovvero l’appaltatore a cui ha affidato il compito democraticamente preziosissimo di gestire il sistema radiotelevisivo nazionale –, l’Autorità Garante per le Comunicazioni, organo indipendente con funzioni di vigilanza sull’adempimento del contratto di servizio pubblico radiotelevisivo e Tivusat, società nella quale, oltre a Rai, sono presenti Mediaset e Telecom, si ritrovano tutti straordinariamente d’accordo contro gli interessi dei cittadini e degli utenti che, dall’altra parte dello schermo, restano soli, privati dell’accesso ai contenuti di quel servizio pubblico radiotelevisivo per il quale pure pagano centinaia di milioni di euro in canone.

Oggi il Consiglio di Stato, nel respingere senza alcuna esitazione le impugnazioni – giuridicamente ammissibili ma eticamente inaccettabili – della Rai, di Tivusat e, soprattutto, dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, mette nero su bianco quanto già all’epoca sembrava evidente. Tutti i protagonisti della vicenda hanno sbagliato, violato le regole e fatto male il loro lavoro.

La Rai perché avrebbe dovuto continuare a rendere fruibili i propri contenuti attraverso Sky – ed avrebbe quindi potuto e, forse, anzi, dovuto accettare i 350 milioni di euro che Sky le offriva [n.d.r. ma questo i Giudici non lo scrivono così esplicitamente] – e l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni perché avrebbe dovuto coinvolgere immediatamente Sky nel procedimento avviato dopo la segnalazione di Altroconsumo e, soprattutto, accorgersi della clamorosa violazione del contratto di servizio pubblico in cui la Rai era incorsa.

Punto? Fine della storia? Niente affatto. Nel rigettare il ricorso di Tivusat – il monstrum di mercato del quale sono inspiegabilmente soci tutti i principali concorrenti del mercato televisivo italiano eccezion fatta per Sky – i Giudici del Consiglio di Stato, infatti, aggiungono che l’impegno contrattualmente assunto dalla RAI nei confronti del Ministero delle Comunicazioni di promuovere l’attività di tale piattaforma è, a sua volta, illegittimo perché la Rai non può investire i soldi derivatile dal canone in attività diverse da quelle di servizio pubblico e potrebbe, addirittura, configurare un illecito aiuto di Stato in aperto contrasto con la disciplina europea della materia. E’ un’ennesima brutta storia italiana nella quale, sin qui, hanno pagato solo i cittadini, lesi nel loro diritto ad accedere ai contenuti del servizio pubblico televisivo a cominciare dall’informazione.

E ora? Possibile che lo Stato, la Rai, i cittadini non possano presentare un conto salato ai tanti protagonisti – manager pubblici di grande fama, ministri e membri di Autorità indipendenti – di una così vergognosa epopea? Possibile che questo si confermi il Paese dell’impunità come sembra suggerire la storia personale del più famoso pluricondannato – ora anche in via definitiva – d’Italia che minaccia di far cadere un Governo se non ci si inventa un’eccezione per garantirgli, appunto, l’impunità?