Dopo la cassa integrazione e i licenziamenti, il fallimento a inizio 2010 e le successive condanne per bancarotta fraudolenta, arriva la nuova fase della vendita dei beni della Mariella Burani Fashion Group, la società di Cavriago, in provincia di Reggio Emilia, fondata nel 1960 dal capostipite Walter e dalla moglie per produrre all’inizio abbigliamento per l’infanzia e divenuta nel 2000 una holding quotata in borsa. Il valore base, secondo la valutazione dei curatori fallimentari Franco Cadoppi, Maria Domenica Costetti e Giovanni Crotti, è di 750mila euro e comprende i marchi, l’archivio storico dei cartamodelli e dei disegni delle collezioni creato nel corso degli anni dagli stilisti, oltre al materiale pubblicitario compreso lo scatto del fotografo Peter Lindbergh intitolato “La donna in bicicletta” e divenuto il simbolo della casa di moda emiliana.

Si tratta di beni mobili che sono stati inventariati lo scorso 12 agosto con successivo bando divenuto pubblico il 3 settembre e che stanno per essere venduti secondo la deroga del “visto e piaciuto senza alcuna garanzia”, quella in base alla quale – stabilisce la giurisprudenza – si può far eccezione rispetto a quanto prevede il codice civile. E a questo punto il passo successivo è previsto il 27 settembre prossimo, quando entro le 19 di quel giorno dovranno essere recapitate in busta chiusa ai curatori reggiani le proposte d’acquisto con relativa garanzia bancaria pari al 15 per cento del valore dell’offerta d’acquisto. Quindi si passerà al 30 settembre quando, alle 11 del mattino, le buste saranno aperte e, una volta verificate la regolarità della proposta, si procederà all’aggiudicazione provvisoria della vendita, vincolata a un rialzo non inferiore a 15 mila euro del valore di partenza.

Si aggiunge così un capitolo alla fine di uno dei principali gruppi del made in Italy con base in Emilia Romagna. Una prima vendita aveva già riguardato oltre 21 mila capi d’abbigliamento e arredi valutati circa 315 mila euro. Ma soprattutto rimane aperta la questione dei lavoratori. A rimanere appesi alle sorti dell’azienda, giunte al capolinea con la chiusura decretata dal tribunale e la fine della cassa integrazione il 5 giugno 2013, sono gli oltre 130 lavoratori della sede di Cavriago e della filiale di Milano riunite sotto tre ragioni sociali (la Burani Designer Holding, la Mariella Burani Fashion Group e la Mariella Burani Family Holding). Un terremoto occupazionale per un paese, come quello nel cuore dell’Emilia Romagna, che ha gettato a gambe all’aria non una percentuale marginale dei poco meno dei suoi 10 mila abitanti, in parte occupati direttamente o nell’indotto dalla maison di casa.

Le prime avvisaglie di questo terremoto sono iniziate a metà del 2008, quando il valore delle azioni ha iniziato a scendere senza che sia stato possibile invertire la tendenza. Un anno più tardi quelle stesse azioni vengono sospese dalla Borsa a tempo indeterminato e nel gennaio 2010 viene depositata a Milano la richiesta di fallimento, accolta il mese successivo, senza che sia possibile, secondo i giudici, procedere a operazioni di ricapitalizzazione o ad altre forme di salvataggio. I vertici dell’azienda, Walter Burani e il figlio Giovanni (rispettivamente presidente e amministratore delegato della Mariella Burani Fashion Group), vengono arrestati pochi mesi dopo con l’accusa di bancarotta fraudolenta aggravata e condannati a 6 anni di carcere in primo grado il pubblico ministro Luigi Orsi ne aveva chiesti 9).

Per cercare di ripianare i debiti e per consentire almeno ad alcuni dei 130 lavoratori un rientro delle spettanze mai liquidate, ci sono le vendite e gli open day, dove con sconti fino al 96 per cento è stato possibile portarsi a casa vestiario di marca, ma anche molto altro, fino ai manichini. In quell’occasione Cavriago viene presa d’assalto da centinaia di persone che acquistato di tutto, fin anche le poltrone di pelle che arredavano l’ufficio dei Burani e usate per le riunioni. Ma l’importo non basta. E dopo una prima offerta d’acquisto a inizio 2013 su cui i curatori hanno mantenuto il più stretto riserbo, offerta che comunque sarebbe giunta dall’estero, adesso si giunge davvero al capolinea con la possibilità che i marchi della Mariella Burani passino di mano. Che la produzione possa riprendere poi a Cavriago? Difficile, secondo i sindacati, che comunque attendono la fine di settembre per valutare le prospettive.