E’ ufficiale. Attilio Manca, per la giustizia italiana, è un drogato suicida. La notizia è di oggi 21 agosto 2013: il gip di Viterbo Salvatore Fanti ha disposto l’archiviazione delle posizioni per cinque dei sei indagati (in origine dieci) per la morte dell’urologo Attilio Manca, avvenuta il 12 febbraio 2004: Ugo Manca, Angelo Porcino, Salvatore Fugazzotto, Lorenzo Mondello e Andrea Pirri. 
 
Fuori dalle indagini le persone legate alla città di Barcellona Pozzo di Gotto, fuori dalle indagini la mafia; l’unica presunta colpevole resta Monica Mileti (una donna romana di cui non risultano tracce nei tabulati telefonici di Attilio Manca nei due mesi precedenti il “suicidio”) che avrebbe fornito ad Attilio la dose di eroina che l’ha ucciso nella sua casa a Viterbo. 
 
Questa vergognosa vicenda giudiziaria ha dell’assurdo sin dall’inizio delle lacunose indagini portate avanti dalla squadra mobile di Viterbo e dal pubblico ministero della Procura di Viterbo Renzo Petroselli.
 
Attilio Manca, eccellente chirurgo barcellonese nel pieno della sua carriera e di una vita soddisfacente, si sarebbe iniettato due dosi letali di un mix di eroina e tranquillanti sull’avambraccio e polso sinistri, pur non avendo mai fatto uso di droghe in vita sua. Peccato che Attilio fosse mancino, un mancino puro, che non sapeva maneggiare neanche un cucchiaio con la mano destra. Lo ritrovarono in una pozza di sangue, il setto nasale deviato, seminudo, sui suoi arti vistose macchie ematiche; due singoli segni di iniezioni, nessun altro, né recente né datato, sul suo corpo. Alle due siringhe (su cui vennero chieste analisi solo otto anni dopo) che avrebbe usato per suicidarsi vennero rimessi i tappi ed una delle due fu gettata nella spazzatura. Il suo computer? Sparito. Il suo appartamento, nel quale viveva da anni, quasi completamente pulito a lucido da impronte; di quelle rimaste, quattro vennero attribuite ad Attilio, cinque a persone non identificate tra amici, parenti e colleghi del medico, e una fu assegnata a suo cugino Ugo Manca, pregiudicato per detenzione abusiva di arma e condannato in 1° grado per traffico di droga, oltre che frequentatore di molti personaggi legati alla mafia e di interesse investigativo, come Angelo Porcino, Lorenzo Mondello e Rosario Cattafi.
 
Non ci è dato sapere come, dopo un’accurata pulizia di tutto l’appartamento eseguita da Angelina Manca, madre di Attilio, un’impronta sia potuta sopravvivere per due mesi (ultima volta che Ugo Manca, a suo dire, fece visita al cugino) nel luogo, il bagno, in cui il deperimento di impronte dovuto ad umidità è molto facile.
 
L’autopsia, eseguita dalla dott.ssa Dalila Ranalletta (moglie del primario Antonio Rizzotto del reparto di urologia dell’ospedale Belcolle di Viterbo, al momento già testimone sentito dalla Polizia), venne ritenuta talmente lacunosa da costringere il gip a chiederne un’integrazione. 
 
Nessun accertamento fu svolto riguardo l’eventuale presenza a Viterbo di Angelo Porcino (già accusato in altre sedi di estorsione con aggravante mafiosa), uno sconosciuto che – come riferito dallo stesso Attilio ai genitori una decina di giorni prima di morire – sarebbe arrivato in città per un “consulto” con l’urologo. Né fu mai verificata quale fosse la ragione che indusse Ugo Manca, giunto a Viterbo una trentina di ore dopo la morte del cugino, a tentare di entrare nell’appartamento di Attilio e a presentarsi in Procura per sollecitare il dissequestro dell’immobile ed il pronto rilascio della salma. 
E ancora non ci è dato sapere dall’autorità giudiziaria di Viterbo il perché non vennero rilasciati i tabulati delle telefonate di Attilio dell’anno 2003, richiesti a gran voce dall’avvocato Fabio Repici, legale della famiglia Manca, tabulati ancora oggi inesistenti. Come non c’è spiegazione alla “sparizione” di una telefonata di Attilio dai tabulati che invece si hanno, quelli dei mesi gennaio-febbraio 2004, telefonata giunta ai genitori qualche giorno prima della morte e inesistente sui tabulati.
 
Allo stesso modo non si hanno spiegazioni del mancato interrogatorio della famiglia Manca da parte del PM, richiesto con insistenza dai genitori. 
 
E poi c’è l’inquietante “coincidenza” dell’operazione alla prostata di Bernardo Provenzano a Marsiglia negli stessi giorni in cui Attilio si spostò in Francia “per lavoro” e l’altra “coincidenza” del mafioso Francesco Pastoia che morì suicida in carcere il 28 gennaio 2005 dopo essere stato intercettato mentre parlava di un urologo che avrebbe visitato Provenzano nel suo rifugio da latitante in convalescenza.
Sono tanti i “buchi” in questa torbida vicenda che non si è voluto o potuto riempire. Troppi i silenzi carichi di omertà per non farci ricordare storie di un tempo passato, un tempo in cui “la mafia non esisteva”.
 
Le sentenze vanno rispettate si dice spesso, e non è possibile fare altrimenti, ma non è possibile non giudicarle e questa è una di quelle sentenze che, come quella sulla sparizione dell’Agenda Rossa di Paolo Borsellino non può non essere vista come il tentativo di mettere una pietra tombale sulla verità e sulla giustizia, tanto evidenti sono gli elementi che portano a conclusioni contrarie a quelle in essa affermate.
 
Nel caso della sentenza sull’Agenda Rossa si arrivò a conclusioni che avrebbero dovuto portare ad una incriminazione per falsa testimonianza della moglie e dei figli di Paolo, che testimoniarono di averlo visto riporre la sua agenda nella borsa prima di andare al suo appuntamento con la morte in via D’Amelio. 
 
In questo caso sono state disattese tutte le richieste della famiglia di Attilio e si vuole far passare per morte da overdose quella di un uomo che della droga non aveva mai fatto uso e che non sarebbe stato materialmente in grado di iniettarsi da solo quella droga, proprio nel braccio sinistro che era il solo che sarebbe stato in grado di usare per una operazione così delicata come è quella di infilare l’ago di una siringa in una vena. E questo dopo essersi deviato ‘da solo’ il setto nasale e riempito il corpo di ecchimosi.
 
Angelina, Gino, Gianluca, noi non vi lasceremo soli, la vostra lotta per la giustizia e la verità è la nostra stessa lotta, come noi per Paolo anche voi per Attilio avrete davanti un lungo e difficile percorso ma su questa difficile strada ci avrete sempre al vostro fianco e alla fine, ne siamo certi, vi riapproprierete, ci riapproprieremo, della Verità e della Giustizia. 
 
Salvatore Borsellino e il Movimento delle Agende Rosse
PS: Per approfondimenti, vi invitiamo a prendere visione di questo video tratto da una puntata di “Chi l’ha visto?”, il programma condotto da Federica Sciarelli.