Prima di avere figli guardavo con grande sospetto i talebani degli orari. Quelli che se a mezzogiorno il bambino non mangia scoppia l’inferno, quelli che alla sera tutti a letto con le galline. Poi è nato il mio primogenito.
Se il postino suonava alle 11.30 mi trovava in pigiama, con l’aria stravolta e i letti sfatti. Qualche volta pranzavamo alle 3 del pomeriggio, qualche volta cenavamo che manco in Spagna con la movida.
I bambini fanno parte della famiglia, pensavo, e ne seguono i ritmi e le abitudini. Non avevo dubbi. Un giorno Paola che fa la psicologa mi ha detto che uno degli indicatori che segnalano possibili maltrattamenti dei bambini piccoli è metterli a letto dopo le 22.30.

Lo shock mi ha spinto a una riflessione sulla gestione del tempo, dei ritmi. A un approfondimento sui cicli circadiani… improvvisamente mi è apparso più chiaro quante liti tra noi adulti si sarebbero potute evitare se avessimo tenuto presente che eravamo nervosi perché avevamo fame. Discussioni esacerbate solo dal fatto che avevamo dormito poco.

Ci sentiamo ben al di sopra del tasso di glicemia nelle nostre vene o delle ore di buio di cui abbiamo bisogno: mai e poi mai ammetteremmo di essere qualche volta in balia di istinti così primitivi. Eppure che lo vogliamo o no c’è qualcosa che ci lega alla terra, alla natura al ritmo del tempo. C’è qualcosa che i bambini conoscono ancora.

Non c’è gelato o divertimento che tenga quando il sonno se li prende con quel torpore pesante che li lascia ciondolanti ovunque si trovino. Mi ricordo un concerto per soli fiati dopo cena. Ottoni da spaccare i timpani: ma i miei bambini si erano addormentati beati in prima fila come se una voce angelica stesse sussurrando la ninna nanna di Brahms.

L’altro giorno ho invitato Estelle e Francesco. Sono venuti senza bambine: “sai siamo nordici loro vanno a letto presto.”
Presto significa le 18.30. Ad agosto. In Italia.
Non è che qualche volta esageriamo per troppo scrupolo?

Il Fatto Quotidiano, 21 Agosto 2013