Spiazzando tutti, a cominciare dalle molte donne schieratesi con lei, Amina Sboui ha annunciato di avere lasciato le Femen, denunciandone “l’islamofobia”. E anche la poca chiarezza che, a suo parere, c’è su chi sostiene economicamente il movimento.

Dopo avere detto, negli ultimi giorni, di non volere parlare più con i giornalisti, nel timore di essere fraintesa sui suoi obiettivi, la ragazza tunisina ha scelto HuffPost Maghreb per rivelare di avere rotto con le Femen, che ne avevano fatto un simbolo nel recente passato e l’avevano fortemente difesa dopo l’arresto e durante la prigionia, conclusasi dopo oltre due mesi.

Alle Femen Amina contesta quelle che definisce “posizioni islamofobe”, soprattutto quando, durante la campagna per perorare la sua scarcerazione, le aderenti al movimento, nelle piazze e davanti alle ambasciate arabe, gridavano “Amina akbar, Femen akbar”, facendo il verso a una delle frasi che celebrano la grandezza di Allah. Una cosa che Amina non ha accettato, perché “tocca molti musulmani”.

La risposta delle Femen non s’è fatta attendere ed è arrivata proprio dalla leader del movimento nato in Ucraina, Inna Shevchenko, che ha rimproverato Amina di aver offeso con la sua scelta non solo Femen, ma addirittura tutte le donne scese in piazza per aiutarla. Se oggi Amina è libera, ha aggiunto con perfidia, lo deve proprio a loro.

Si è così consumata, clamorosamente, la cancellazione di un sodalizio nato qualche mese fa e che, per il coraggio e anche il pizzico d’incoscienza incarnato da Amina, ha reso le Femen un fenomeno non più solo europeo o genericamente occidentale, ma ben presente nel mondo arabo e musulmano: quanto meno a livello di provocazione.

Amina aveva cominciato imitando le attiviste di Femen e postando, sulla sua pagina Facebook, foto a seno nudo, per sfidare chi – il messaggio era chiaramente rivolto ai fondamentalisti islamici – in Tunisia cerca marginalizzare il ruolo della donna. Da quelle e altre foto e dalle successive polemiche, Amina ha tratto ulteriori certezze, andando a sfidare i salafiti a casa loro (a Kairouan, dove era in programma un raduno) e pagando questa scelta con un arresto seguito da una detenzione terminata il primo agosto scorso.

Ora ci si interroga sulle sue prossime mosse. La motivazione data della rottura con Femen – l’accusa intanto a Inna Shevchenko – offre ai fondamentalisti la possibilità di cantare vittoria: come stanno facendo già sui siti a loro vicini. Mentre alcuni media laici non riescono a nascondere perplessità su un voltafaccia che ha colto tutti di sorpresa.