“Se vedo un telefonino lo butto in mare”. Così il tecnico Paolo di Canio aveva illustrato in conferenza stampa prepartita il nuovo corso del Sunderland. Proibiti ai giocatori oltre ai cellulari e ai tablet anche maionese, ketchup, il ghiaccio nelle bevande, canti e balli in allenamento e nello spogliatoio: una “rivoluzione dell’approccio mentale” nelle parole dell’allenatore, una controrivoluzione di stampo dittatoriale per i commentatori britannici, che ancora ricordano le idee politiche dell’ex capitano della Lazio e le polemiche seguite al suo approdo a Sunderland. Fatto sta che per adesso la rivoluzione è fallita, e i black cats con il neo acquisto Giaccherini in campo dal primo minuto perdono 0-1 all’esordio in casa contro il Fulham, diretta concorrente per la salvezza.

Perché ieri è cominciata la Premier League 2013-14: la prima dopo l’era dopo l’era Ferguson, sostituito sulla panchina del Manchester United da un Moyes subito vittorioso grazie al solito Van Persie, quella del ritorno di Mourinho, anche lui vincente all’esordio, sulla panchina del Chelsea che certificò la nascita della leggenda dello Special One. E se l’Arsenal comincia con una clamorosa sconfitta casalinga, l’esigua pattuglia italiana in Albione aumenta con due arrivi da Roma: Osvaldo centravanti al Southampton e Baldini dirigente al Tottenham. Mentre in Championship (serie B), dopo la mancata promozione dello scorso anno, è già partito bene Zola sulla panchina del Watford (proprietà dei Pozzo dell’Udinese), con 7 punti in 3 partite.

Nuovi italiani anche nella Ligue 1 francese, che con l’arrivo di Cavani, Marquinhos e Falcao si rinforza ancora e mette il fiato sul collo dell’Italia nel Ranking Uefa: il coefficiente che serve a stabilire quanti posti ha una nazione nelle competizioni europee. Per un Ancelotti che abbandona i petroldollari di Al Thani al Paris Saint-Germain, arriva un neopromosso Ranieri con i rubli del Monaco di Ribolovev e le sue spese pazze: 150 milioni per Rodríguez, Moutinho e Falcao. Ma per strapazzare 4-1 il Montpellier e ritrovarsi dopo due giornate in testa, servono i tre gol del piccolo Rivière, costato 4 milioni, più dell’unico del colombiano, pagato 64 milioni. Molto bene anche l’Ajaccio dell’esordiente Ravanelli, che dopo la sconfitta all’esordio è corsaro a Parigi e impone il pari ai miliardari di Blanc, salvati a 4’ dalla fine da un gol di Cavani. Di sicuro l’impresa della settimana.

Buon esordio, anche se sofferto, quello di Ancelotti: finalmente giunto, dopo un lungo peregrinare, sulla panchina dei suoi sogni del Real Madrid. Carletto fa accomodare di fianco a sé il monumento Zidane, ma il francese gli servirebbe di più in campo, dove i blancos partono con Lopez tra i pali al posto del senatore e capitano della nazionale Casillas – una scelta strana, in continuità con la decisione che è probabilmente costata il posto a Mourinho – e vanno sotto col Betis Siviglia. La squadra, da rodare, è salvata dal gioiellino Isco, che permette al Real di fare gli stessi punti all’esordio dei diamanti del Barcellona, che però di gol ne fanno 7 al Levante. Uno strepitoso Messi e un alienato Neymar dimostrano che la squadra per adesso c’è, chiunque affianchi Messi e chiunque capiti in panchina, come il carneade Tata Martino che a 50 anni esordisce in Europa.

In Spagna vince anche il neopromosso Granada dei friulani Pozzo (sì, quelli dell’Udinese e del Watford) sull’Osasuna, mentre in Germania tutto va come deve andare: il Bayern del triplete cui si sono aggiunti Goetze, Thiago e Guardiola procede a gonfie vele nella sua marcia da dominatore e dietro le altre si assestano. Il Borussia Dortmund non convince come all’esordio ma vince, ed è a punteggio pieno anche il Werder dove il giovane Under 21 Caldirola si ritrova da esubero dell’Inter a titolare in un campionato assai più difficile. Stecca invece per la seconda volta lo Stoccarda di Molinaro e del titolare Donati, anche lui azzurrino lasciato partire dall’Inter per due soldi, che le vie della Serie A restano imperscrutabili. E adesso è già Champions League, con il Milan impegnato martedì in un difficilissimo preliminare a Eindhoven. Per sé e per l’Italia, che altrimenti si rischia di rimanere troppo indietro in questa Europa del calcio che in barba alla crisi, con sempre meno italiani e sempre più capitali esteri a sostenerla, corre spedita come non mai.

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