“A fronte di una spesa regionale corrispondente a circa il 22% della spesa delle amministrazioni pubbliche, le regioni sono state chiamate a concorrere al contenimento della spesa pubblica, nel quinquennio 2010-2014, per il 34% del complesso delle manovre correttive adottate per l’intero settore pubblico”. E’ quanto si legge nella relazione della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria delle regioni negli esercizi 2011-2012. “I saldi del conto consolidato di cassa presentano un netto peggioramento”, afferma il documento, sottolineando che “tale risultato risulta parzialmente bilanciato dall’incremento degli incassi tributari, che registrano ritmi superiori al 10% annuo”.

Anche per l’esercizio 2012, si legge ancora nella relazione, “tutte le regioni hanno adempiuto agli obiettivi del patto di stabilità interno, alleggerito dall’esclusione di spese per oltre 2 miliardi di euro. In compenso, con il ricorso al patto regionale verticale, le regioni hanno diffusamente ceduto, ai fini di un aumento dei pagamenti in conto capitale, parte dei propri spazi finanziari a beneficio della maggior flessibilità degli obiettivi degli enti locali”. Il contenimento della spesa finale netta, oltre ad essere l’effetto del maggior peso delle componenti escluse, annotanto i giudici contabili, “è anche il prodotto della marcata riduzione della spesa per investimenti (-12,4%), la cui tendenza declinante non accenna ad arrestarsi in tutte le aree geografiche del Paese, ponendo limiti a una seria programmazione delle opere infrastrutturali”.

La Corte dei Conti precisa poi che i comuni resistono al taglio delle risorse soprattutto grazie all’Imu. “In realtà – spiega la magistratura contabile – le risultanze di cassa per il 2012 dimostrano una situazione nel complesso differente tra comuni e province, in quanto per queste ultime la riduzione delle risorse disponibili è risultata di maggiore intensità e non compensabile con altre risorse. Ciò che, invece, è stato possibile per i comuni attraverso l’utilizzo della leva tributaria, sia con l’introduzione anticipata dell’Imu, sia con l’inasprimento delle aliquote addizionali, sbloccate dal 2012.

Il documento segnala infine che l’Iva evasa nel 2011 è costata alla Stato 46 miliardi di euro. “Considerando il carico fiscale e contributivo sostenuto dalle imprese nelle diverse regioni italiane, la sottrazione di base imponibile Iva, nel 2011, ammonterebbe a circa 250 miliardi, con una conseguente perdita annua di gettito dell’ordine di circa 46 miliardi”, rileva la Corte dei Conti. “Analogamente la sottrazione di base imponibile Irap ammonterebbe, nella media del triennio 2008-2010, a circa 227 miliardi l’anno, con conseguente perdita annua di gettito regionale dell’ordine di circa 9 miliardi”.

La propensione all’evasione fiscale è particolarmente diffusa nel Mezzogiorno (con livelli di incidenza superiori al 40% per l’Iva ed al 30% per l’Irap), a fronte di livelli pressoché dimezzati nel Nord. Una situazione quella dell’evasione delle due imposte che, secondo la Corte dei Conti, sarà difficile modificare. Infatti attualmente “le regioni sono state escluse dal processo di governance ai fini della lotta all’evasione fiscale, in quanto non più chiamate a concordare con il ministro dell’Economia l’atto di indirizzo per il conseguimento degli obiettivi di politica fiscale”.