L’Aula della Camera ha respinto l’emendamento al decreto svuota carceri presentato da Andrea Colletti del Movimento cinque stelle, che proponeva l’abrogazione della norma salva Previti contenuta nella legge Cirielli. La modifica che sopprimeva la possibilità per gli ultrasettantenni di scontare la pena ai domiciliari e non in carcere, è stata bocciata dall’assemblea di Montecitorio con 321 no e 94 sì, portando gli eletti M5S ad applaudire polemicamente verso i banchi del Pd, perché convinti che da lì fossero arrivati i voti contrari. Colletti, presentando l’emendamento, si era domandato come avrebbero votato “Pd e Sel su questa norma che abroga un pezzo della salva Previti?”.

Nel corso del suo intervento prima del voto, il deputato aveva spiegato che l’intenzione era quella di cancellare una norma che “non è solo salva Previti perché, aiutando gli ultrasettantenni, salva anche un noto pregiudicato che ha fatto una manifestazione ieri proprio qui vicino”, facendo infuriare il pidiellino Maurizio Bianconi che è scattato sullo scranno alzando la voce e costringendo il presidente di turno, Roberto Giachetti a richiamarlo all’ordine. “Invito sempre la Presidenza a togliere la sambuca almeno la mattina”, ha aggiunto Colletti, proseguendo il suo intervento irritando visibilmente Bianconi che ha abbandonato l’Aula, tra gli applausi polemici dei grillini. La bagarre in aula ha avuto tra i protagonisti anche i deputati della Lega Nord che hanno bersagliato il testo del dl, approdato in aula venerdì, con una pioggia di emendamenti, contrastando duramente il provvedimento già varato in Senato e in attesa di tornarci in terza lettura dopo le modifiche subite in commissione Giustizia alla Camera.

I senatori del Carroccio avevano manifestato tutto il loro disappunto con urla, strepiti e striscioni quando il provvedimento è stato licenziato dall’Aula di palazzo Madama con 206 sì e 59 no, e oggi i deputati leghisti hanno proseguito la loro strenua opposizione a colpi di emendamenti. E non solo. Gianluca Buonanno contestando le misure studiate dall’esecutivo per alleviare l’emergenza carceraria, è stato protagonista di un diverbio linguistico con Giachetti, al quale ha chiesto di poter esprimere il proprio dissenso sulle misure in esame nella propria lingua madre, ‘il lumbard’, per sottolineare che “con questo provvedimento ‘nduma i numer’. Un miliardo e mezzo di euro per mantenere 25mila stranieri venuti in Italia per delinquere è folle. Bisogna rimandarli a casa”. Buonanno rimproverato da Giachetti ha incassato la difesa di Gianluca Pini, vicecapogruppo della Lega, intervenuto per difendere “la libertà espressiva del collega” visto che “più e più volte quest’aula ha visto interventi in lingue locali”. “Il presidente – ha replicato Giachetti per chiudere la questione richiamandosi al regolamento della Camera – decide e ha facoltà di interrompere un collega perché questa rientra tra le sue responsabilità e intende esercitarla. Quanto all’uso del dialetto, potrei richiamarla a numerosi precedenti, ne ho uno in mano, in cui si richiama a parlare in italiano perché tutti possano capire”.

Tra le principali modifiche subite dal testo del dl nel suo passaggio in commissione Giustizia c’è la reintroduzione della custodia cautelare in carcere e agli arresti domiciliari per chi è accusato del reato di stalking, ma anche per i reati di finanziamento illecito ai partiti, falsa testimonianza e abuso d’ufficio. L’articolo 1 del decreto introduce modifiche al codice di procedura penale sulla disciplina degli arresti domiciliari e della sospensione dell’ordine di esecuzione delle pene detentive. Spetterà al giudice ora stabilire il luogo degli arresti domiciliari in modo da assicurare le esigenze di tutela della persona offesa dal reato. Per i detenuti per cui non vi sia una particolare necessità del ricorso alle forme detentive più gravi, il provvedimento interviene sulla cosiddetta liberazione anticipata, istituto che premia con una riduzione di pena il detenuto che tiene una condotta regolare in carcere e partecipa al trattamento rieducativo.

La proposta contenuta nel decreto prevede la possibilità che il pubblico ministero, prima di emettere l’ordine di carcerazione, verifichi se vi siano le condizioni per concedera e affidi, in caso di valutazione positiva, la decisione al giudice competente. In questo modo, il condannato potrà attendere “da libero” la decisione del tribunale di sorveglianza sulla sua richiesta di misura alternativa. Inoltre, per le donne madri e i soggetti portatori di gravi patologie viene data la possibilità di accedere alla detenzione domiciliare, senza dover passare attraverso il carcere, ma solo per i casi in cui debba essere espiata una pena non superiore ai quattro anni. Infine con il decreto viene ampliata la possibilità per il giudice di ricorrere, al momento della condanna, ad una soluzione alternativa al carcere, costituita dal lavoro di pubblica utilità per i soggetti dipendenti da alcol o stupefacenti. La misura fino ad oggi poteva essere disposta per i soli delitti meno gravi in materia di droga.