Il pregiudicato non molla. Vuole continuare ad esserci per contribuire, lui per primo, a fare le riforme del Paese. A cominciare dalla legge elettorale, dalla Costituzione e dalla riforma della giustizia. Per mano sua, appunto, di un condannato che non ci sta e continua a proclamarsi innocente. E il suo popolo applaude.

Con il volto tirato, a tratti anche commosso, mentre la giovane fidanzata Francesca Pascale lo scrutava attenta dalla finestra del primo piano di palazzo Grazioli, Silvio Berlusconi, l’uomo che voleva passare alla storia, ha arringato i (pochi, pochissimi) manifestanti simpatizzanti deportati a via del Plebiscito nella calura dei 40 gradi capitolini e davanti a un palco tirato su nel segno della tradizione della civiltà berlusconiana: abusivo. L’ex Cavaliere, tra un abbraccio e l’altro al suo popolo e attacchi pesanti alla magistratura, ha lanciato più di un messaggio, il primo – e più importante – in risposta ai timori del Quirinale sulle possibili “mosse eversive” da “guerra civile” evocate da Sandro Bondi: il governo non rischia, stiamo manifestando pacificamente, Enrico Letta può tranquillamente festeggiare i 100 giorni del suo Esecutivo senza pensare che siano anche gli ultimi.

Berlusconi, dal palco, dice che non si prenderà la responsabilità di far cadere il governo, specialmente ora che ci sono le riforme sul piatto, ma soprattutto perché le elezioni sarebbero comunque un rischio. Prima di tutto interno al partito; pochissimi parlamentari pidiellini, come d’altra parte da tradizione, sarebbero pronti a sacrificarsi a lasciare lo scranno parlamentare dopo solo sette, otto mesi di mandato. Il Pdl, dunque, non riuscirebbe a staccare la spina, molti lo tradirebbero.

Ma c’è anche l’altro messaggio, quello certamente più forte: Berlusconi “non molla”, continuerà a essere il leader del centrodestra anche da fuori del Parlamento, per continuare a svolgere il suo progetto politico. Chi, insomma, aveva fatto conto sulla condanna della Cassazione per darlo per finito, morto, decaduto può cominciare a ricredersi: l’uomo è tenace e nei “giorni che mi restano” cercherà in ogni modo di portare il suo attacco a tutto quello che ora gli sembra lontano dal suo obiettivo. Per prima la magistratura. Il resto, giurano i suoi falchi, andrà avanti da sé perché “lo zoccolo duro del partito è ancora molto forte – sosteneva Daniela Santanchè anche ieri – e ci seguirà qualunque cosa il Presidente deciderà di fare”.

La condanna, dunque, è diventata il nuovo predellino dell’ex Cavaliere. Azzoppato, deriso ma non domo, Berlusconi ora si appresta ad affrontare da vittima innocente l’esecuzione della condanna, ben sapendo che ogni dettaglio di questo iter sarà sfruttato dai suoi in senso mediatico per suggellare l’idea del “martire della libertà, dell’innocente condannato dalle toghe rosse, dalla magistratura marcia e politicizzata”. Ci vorranno ancora mesi prima che la Giunta delle autorizzazioni del Senato possa arrivare a discutere e votare la sua decadenza da senatore e tutto questo tempo sarà utilizzato, come a via del Plebiscito, per santificare la figura del “padre fondatore” del “popolo dei moderati” che una parte “illiberale” del potere giudiziario sta tentando “da vent’anni di fare fuori”.

Ecco, allora, il senso anche dell’incontro che si svolgerà in settimana tra Napolitano e i due capigruppo pidiellini Brunetta e Schifani. Protocollo a parte, i due chiederanno in modo limpido al presidente della Repubblica di studiare un modo per fare quello che ieri la Santanchè ha chiamato “ripristino della democrazia in Italia”. Ora il quadro è più chiaro, Berlusconi non ha incitato la piazza alla rivolta, non c’è nessuna eversione in atto, c’è solo la determinazione a non voler uscire di scena, l’ostinazione a continuare a combattere, dunque il Colle faccia i suoi conti, che non conviene mettersi di traverso. Si studi, insomma, un salvacondotto, qualcosa che renda la sua permanenza in campo di Silvio non un’anomalia, ma una determinazione di democrazia politica. In nome della Carta, diranno probabilmente Brunetta e Schifani. Perché tanto lui ci sarà lo stesso. Napolitano può riporre le sue dimissioni nuovemente nel cassetto, il governo non subirà scossoni. Ma si cominci a pensare a come “salvare” politicamente il Caimano, è l’intimazione. Perché tanto lui “resta qui”, non molla. Per tutti i giorni che gli restano da vivere, sarà ancora qui a combattere la battaglia per “cambiare un Paese dove i cittadini non debbano aver paura di ritrovarsi in cancere invocando la propria innocenza”. Il santino di San Silvio Martire delle Toghe Rosse è già in corso di composizione mediatica, per non far credere che la golden share parlamentare delle riforme del Paese sia drammaticamente ancora in mano ad un delinquente. In serata poi Berlusconi ha riunito i suoi fedelissimi per decidere la strategia da tenere con il Quirinale.