La casa reale? Pare anche essere la casa del precariato selvaggio. È bastata un’indagine della stampa britannica per mettere in cattiva luce l’operato di Buckingham Palace, residenza ufficiale della regina d’Inghilterra, nei confronti dei suoi dipendenti. Ben 350 di questi – che lavorano negli shop, danno il benvenuto ai turisti e controllano le numerose stanze del palazzo – sono infatti stati assunti con il famigerato “zero-hours contract”. Che, nel Regno Unito, rappresenta il precariato allo stato puro, almeno per il mercato del lavoro britannico, traducendosi in un contratto che non garantisce un numero minimo di ore a settimana. Così, chi è assunto con questa forma, può lavorare zero ore a settimana oppure ne può lavorare sessanta, tutto è a discrezione del manager di turno. Generalmente le aziende non riconoscono neanche la malattia e le ferie pagate, nessun altro benefit è concesso. E chi entra nel girone di questi contratti – si calcola almeno 200mila persone nel Regno Unito – difficilmente potrà ottenere un contratto d’affitto, per il quale bisogna mostrare le buste paga, oppure comprare un telefonino a rate oppure ottenere un prestito dalla banca.

Buckingham Palace, interpellato dalla stampa, si difende, dicendo che non si tratta di un vero contratto a zero ore, “in quanto le ferie sono pagate, gli addetti hanno diritto a un pasto caldo per ogni turno di lavoro e le ore vengono stabilite mese per mese, così chi lavora qui si può organizzare”. I sindacati, tuttavia, tuonano: “Così si torna ai tempi in cui si veniva legati nelle fabbriche per lavorare”. Reminiscenze dickensiane, dicono le sigle sindacali, fra le quali la Unison, rappresentata da Dave Prentis, pare essere la più arrabbiata. “Queste pratiche ci ricordano gli anni in cui gli operai aspettavano ai cancelli delle fabbriche, con la speranza di essere chiamati per una giornata di lavoro”, dice Prentis. “Chi lavora con questi contratti riceve gli stipendi più bassi in assoluto e queste forme dovrebbero essere rese illegali. L’impatto di queste forme di contrattuali sulla vita delle persone è drammatico”.

I contratti a zero ore vengono utilizzati soprattutto con gli immigrati appena arrivati, spesso anche con gli italiani che lavorano nel catering o nella ristorazione. Spesso si è sottoposti a un ricatto psicologico: se non si è disponibili a lavorare per un numero a volte spropositato di ore, la turnazione viene drasticamente ridotta. Così, se non si vuole lavorare 50 ore a settimana, capita talvolta che un manager ne assegni dieci o anche meno. Non tutte le aziende, chiaramente, si comportano così, ma il passaparola a Londra rivela storie spesso al limite. Inoltre, nel Regno Unito, almeno in teoria, non si potrebbe lavorare più di 48 ore a settimana, per legge, ma spesso il datore di lavoro obbliga il dipendente a firmare una clausola, perfettamente legale, che autorizza l’azienda ad aumentare il numero di ore “a seconda delle necessità contingenti”. Tuttavia, nelle rivelazioni di questi giorni, non solo Buckingham Palace è entrato al centro dello scandalo. I giornali britannici hanno accusato anche il catering dei musei Tate (prestigiose istituzioni culturali), la catena di sale cinematografiche Cineworld, la catena di abbigliamento sportivo Sports Direct – almeno 20mila giovani a zero ore – e tante altre realtà imprenditoriali, spesso di successo, del Regno Unito. Il governo Cameron, per bocca del suo ministro alle Imprese Vince Cable, fa sapere che “la flessibilità è importante per la nostra economia”. Molti lavoratori del Regno Unito, intanto, continuano a vivere come in un romanzo di Dickens, pur facendo parte di una delle nazioni più ricche e potenti al mondo.