E alla fine l’Argentina restò sola. Con una decisione improvvisa e del tutto inaspettata, il Fondo monetario Internazionale ha deciso di non prendere parte al ricorso presentato da Buenos Aires davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti con l’obiettivo di scongiurare il pagamento del maxi risarcimento sulle obbligazioni in default detenute dal fondo avvoltoio NML. Un’eventualità, quest’ultima, che si tradurrebbe probabilmente in un fallimento tecnico vista la carenza di liquidità dello stesso Paese sudamericano. La decisione del Fmi, che da sempre però sostiene le ragioni dell’Argentina, segue quella assunta nei giorni scorsi dallo stesso governo Usa. “Al Fmi non sembra opportuno continuare su questa strada senza l’appoggio degli Stati Uniti”, si legge in una nota del Fondo ripresa dalla stampa argentina. Davvero un pessimo segnale di fronte a quella che si annuncia come l’ultima decisiva battaglia di una contesa che va avanti ormai da troppo tempo.

Nel 2002 Buenos Aires ha dichiarato default su 100 miliardi di dollari di obbligazioni sovrane, proponendo ai creditori il famoso concambio. In pratica un accordo di emergenza in cui lo Stato che ha dichiarato bancarotta si riprende le obbligazioni sostituendole con nuovi titoli con un controvalore più basso consentendo così al creditore di limitare le perdite. Chi accetta incassa il 30% del valore iniziale, chi rifiuta non recupera nulla. Tra il 2005 e il 2010, attraverso due accordi di questo genere, l’Argentina ha ottenuto il consenso del 93% dei creditori tagliando così buona parte delle sue pendenze debitorie. Il problema, però, è che qualcuno ha scelto un’altra strada. Alcuni fondi distressed (ribattezzati vultures ovvero “avvoltoi”) hanno preferito rastrellare tango bond sul mercato secondario comprandoli ovviamente a prezzi stracciati. Una volta riempito il portafoglio titoli, gli investitori hanno quindi avviato cause legali chiedendo all’Argentina il pagamento del prezzo pieno.

Nell’ottobre del 2012, il vulture fund NML, un veicolo d’investimento di proprietà della Elliot Capital Management, una società finanziaria registrata alle Isole Cayman, aveva ottenuto dalla autorità locali il sequestro della nave argentina La Libertad, in quel momento di stanza presso il porto di Tema, in Ghana. In pratica un pignoramento. La situazione si è successivamente sbloccata e l’imbarcazione ha fatto ritorno nelle acque argentine. Ma la battaglia legale è proseguita senza sosta. A novembre dello scorso anno, il giudice Thomas Griesa della Corte distrettuale di Manhattan ha dato ragione a NML ordinando all’Argentina di pagare il dovuto, oltre 1,3 miliardi di dollari, bloccando i pagamenti degli interessi ai creditori del concambio gestiti dalle banche Usa come la New York Mellon. La sentenza è stata quindi sospesa in attesa della conclusione dell’appello ma l’Argentina, nel frattempo, ha scelto di cautelarsi invocando un ulteriore grado di giudizio presso la Corte Suprema.

A spaventare Buenos Aires non è soltanto il maxi assegno richiesto da NML quanto piuttosto il precedente giuridico. Se la sentenza Griesa non dovesse essere ribaltata, infatti, nessuna ristrutturazione debitoria potrebbe considerarsi al sicuro. Una preoccupazione condivisa tanto dal Fmi quanto dallo stesso governo Usa che, non a caso, non hanno esitato ad esprimere le proprie perplessità sulle richieste del vulture fund. La scelta di non immischiarsi formalmente nel procedimento legale (con una richiesta ufficiale e un documento di sostegno), tuttavia, finisce per indebolire notevolmente la posizione dell’Argentina, rimasta a questo punto definitivamente sola in attesa di un intervento della Corte che, per quanto si sa, potrebbe anche non arrivare mai. Ogni anno, ha ricordato l’agenzia di stampa finanziaria Reuters, i giudici della Corte Suprema Usa accettano di prendere in considerazione meno dell’1% delle richieste di udienza.

Per capire quanto pesi la decisione del Fmi basta guardare ai numeri. Una settimana fa, le voci sul probabile sostegno dell’organismo nella causa argentina avevano fatto crollare il prezzo dei Cds (i derivati che assicurano dal rischio default) sul debito a cinque anni di Buenos Aires. Il prezzo di questi ultimi era così sceso attorno a quota 1.300 punti base, come a dire che si spendevano 1,3 milioni di dollari per assicurare un credito da 10 milioni. Oggi, secondo le cifre fornite dal data provider CMA, il costo dei Cds argentini è risalito sopra quota 2100 punti con un teorico rischio default a cinque anni del 75 per cento. Assicurarsi dal medesimo rischio sulle obbligazioni di Grecia, Cipro e Venezuela, per fare un paragone, costa più o meno la metà.