La bara con la salma del deputato del Fronte Popolare Mohamed Brahmi è stata interrata a metà giornata nel grande cimitero di El Jellaz di Tunisi, proprio a fianco di quella di Chokri Belaid, il primo assassinato politico nella nuova Tunisia, ucciso il 6 febbraio scorso. E’ stato un funerale teso, rabbioso e molto politicizzato: scendendo dal camioncino militare che portava la bara i familiari hanno detto che bisogna farla finita con il governo degli islamisti di Ennahda. Al tempo stesso è stato un momento collettivo quasi ufficiale, trasmesso in diretta da molte televisioni, con la presenza collaborativa di soldati e dello stesso numero uno delle Forze Armate.

Nonostante il forte caldo, e i ritmi di vita rallentati del Ramadan, migliaia di persone hanno partecipato al corteo dalla residenza di Mohamed Brahmi, altre migliaia sono partite dall’Avenue Borguiba, altri sono confluiti direttamente nel cimitero. Come richiesto dai familiari, non si sono visto esponenti del governo e del partito Ennahda. Complessivamente la partecipazione è stata un po’ inferiore a quella oceanica che c’era stata a febbraio per Belaid ma la radicalità è maggiore, perché i partiti di opposizione hanno lanciato un appello alla mobilitazione permanente fino alla caduta del governo e al superamento dell’Assemblea Costituente basata sui rapporti di forza ormai superati dell’ottobre 2011.

Mentre dal cimitero partiva un corteo diretto alla sede dell’Assemblea Nazionale la polizia è intervenuta alle 14 per cacciare dalle adiacenze del palazzo del Bardo il presidio degli oppositori inaugurato nella giornata dello sciopero generale, venerdì. E’ su questo presidio che ora si concentra il braccio di ferro. Mentre 42 deputati che fanno riferimento alla neonata alleanza delle opposizioni hanno annunciato il loro ritiro dall’Assemblea, nella città natale di Mohamed Brahmi, Sidi bu zid, la stessa da cui è partito nel dicembre 2010 il movimento che ha abbattuto la dittatura, si è formato una sorta di governo locale provvisorio che chiede la formazione di un governo di salvezza nazionale. Non è detto che l’esempio venga seguito. Nella vicina città di Gafsa per tenere i manifestanti lontano dal palazzo del governatore, la polizia ha sparato lacrimogeni ad altezza d’uomo e ha ucciso in questo modo un ingegnere 40enne, anche lui militante del Fronte Popolare. Vicino a Tunisi, a La Goulette, l’esplosione di una rudimentale autobomba non ha fatto danni ma è stata ricondotta dal Governo alle trame destabilizzanti che sarebbero nelle intenzioni dei killer di Belaid e Brahmi. Entrambi, ha detto ieri il Ministro degli Interni, uccisi dalla stessa arma e da una cellula salafita. Ma l’attenzione adesso non è sulle indagini, è sul braccio di ferro che si è aperto sui destini del governo e dell’Assemblea Costituente.