Col decreto “del fare” il governo chiederà la fiducia anche sul wi-fi libero. Il testo infatti è stato modificato in commissione e, col provvedimento che arriverà in aula, scrive su facebook Marco Meloni, deputato Pd e componente della Commissione Affari costituzionali, “l’offerta di accesso alla rete internet al pubblico tramite tecnologia wi-fi non richiede l’identificazione personale degli utilizzatori quando l’offerta di accesso non costituisce l’attività commerciale prevalente del gestore del servizio”.

Prima delle modifiche, il testo che si apprestava ad approdare in Parlamento, nota Guido Scorza, prevedeva che “i gestori di bar e ristoranti – come quelli di ogni altro esercizio pubblico – dovessero acquisire e conservare dati relativi alla navigazione degli utenti, completamente inutili in termini di antiterrorismo ma, in taluni casi, costituenti dati personali“. Una proposta che arrivava dal ministro dello Sviluppo Flavio Zanonato e che annunciava così una lunga serie di adempimenti burocratici per bar, pub e hotel. Non solo: faceva anche regredire i progressi compiuti da parte dell’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni nel 2011 con l’abrogazione del decreto Pisanu. Nonostante il successivo invito del Garante della Privacy Antonello Soro che chiedeva di cancellare la parte di testo che prevedeva la conservazione dei dati personali, alla Camera aveva ottenuto il via libera “un emendamento – prosegue Scorza – attraverso il quale si raddoppiano gli oneri, per i gestori dei servizi pubblici, in termini di tracciamento dei clienti che utilizzano il wi-fi e si dimezzano le garanzie di questi ultimi in materia di privacy e riservatezza“.  Oggi invece, ha spiegato Meloni, “abbiamo accettato che venisse votato un testo, volto ad introdurre almeno una misura in materia di tutela della riservatezza dei dati personali richiesta dall’Autorità per la privacy. Si tratta di una norma del tutto insoddisfacente, ma non demordiamo: confidiamo nel recepimento della nostra proposta, che crediamo possa essere ora condivisa da tutti i gruppi parlamentari, ed in un atteggiamento positivo da parte del governo. Poiché in momenti come questo la pressione della comunità di esperti e appassionati è fondamentale mi auguro che la rete dia il suo contributo a una decisione positiva da parte della Camera”. 

Nel corso dei lavori della Commissione è stato ascoltato anche il parere dell’esperto web e membro della Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni Stefano Quintarelli (Lista Civica), scrive il Corriere, che ha giudicato “positivo l’emendamento che liberalizza l’allacciamento alla rete, non più esclusiva di installatori con multe da 30 mila a 150 mila euro”. Tuttavia, ha sottolineato il parlamentare, ”arrivano altre notizie negative per le tlc. Pare infatti che per evitare il taglio alle tv locali si stiano sottraendo risorse al fondo istituito dal dl Crescita del governo Monti per finanziare il completamento del Piano nazionale banda larga. Se così fosse ci troveremmo davanti a un grave errore di prospettiva: è giusto aiutare le emittenti televisive private, si intenda, ma si doveva incidere altrove. Perché tagliare le risorse destinate a ridurre il digital divide vuol dire rinunciare al futuro”. Quintarelli ricorda che, “il ritardo nella banda larga costa all’Italia un punto e mezzo di Pil e che entro il 2015 potrebbe dare circa 700mila posti di lavoro. Tagliare risorse alla banda larga – conclude Quintarelli – vuol dire non cogliere un’importante opportunità di crescita”.