Chi risarcirà Ottaviano Del Turco? La domanda è strana perché è stata fatta, più volte, mentre il politico era ancora imputato per corruzione e altri reati. E perché oggi è stato condannato in primo grado a nove anni e sei mesi di reclusione nel processo sulla cosiddetta “Sanitopoli” abruzzese. “Chi risarcirà Del Turco per quanto gli è stato fatto, per il tempo che gli è stato sottratto, per ciò che ha dovuto subire, per le aggressioni mediatiche e politiche che hanno fatto seguito alla cosiddetta ‘maxi-inchiesta’?”, si chiedeva l’ineffabile Daniele Capezzone (Pdl) il 12 marzo scorso, con il processo ancora aperto. E chi avrebbe risarcito il governatore dell’Abruzzo finito in carcere nel 2008 – dopo essere stato segretario aggiunto della Cgil, segretario nazionale del Psi post Craxi, ministro e presidente della Commissione parlamentare antimafia – se lo chiedeva anche l’allora presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Il quale, a sua volta invischiato in diversi guai giudiziari, metteva in guardia i giornalisti così: “Vedete anche che cosa è successo al povero Del Turco, che è stato accusato ingiustamente e mandato ingiustamente in carcere”. Era l’8 gennaio 2010, tre anni e mezzo prima della sentenza del Tribunale di Pescara emessa oggi.

Tutti i processi che coinvolgono i politici sono accompagnati da polemiche aspre. Ma quello contro Del Turco è unico perché come nessun altro è stato dato ripetutamente per “spacciato“, ridotto a una “farsa“, con prove che si rivelavano “bufale” e “patacche“. Non solo a opera dei politici abituati alla mischia tra (presunti) giustizialisti e (presunti) garantisti, ma anche da molti giornali, in uno spettro bipartisan. “Del Turco, la prova regina? Era tutta una bufala”, titolava l’Unità il 12 marzo scorso, dando conto di un’udienza in cui era emerso che le foto fornite dal principale testimone d’accusa, l’imprenditore Vincenzo Maria Angelini, e che a suo dire immortalavano la consegna della tangente a casa Del Turco, portavano una data sfasata di oltre un anno. Poteva essere il “crollo del castello di carte” dell’accusa, così come un difetto della fotocamera male impostata. I periti del tribunale hanno concluso per questa seconda opzione, ma la lettura dell’Unità non è rimasta isolata. “Il processo farsa a Del Turco crolla tra bugie e false prove”, titolava il Giornale, con un articolo che iniziava così: “La farsa è finita, datevi pace”. E il direttore Vittorio Feltri rincarava: “Del Turco vittima dei pm, ma nessuno lo risarcirà”. La brama assolutoria colpiva anche La Stampa e il Foglio. 

Ottaviano Del Turco fu arrestato il 14 luglio 2008 quando era presidente della Regione Abruzzo, insieme ad assessori e consiglieri. Si dimise, così la Regione tornò al voto e passò al centrodestra. Scoppiò l’ennesimo scontro tra politica e magistratura. Del Turco, che si è sempre proclamaato innocente, accusò pubblicamente il suo partito, il Pd, di non averlo difeso, e annunciò la disponibilità a candidarsi con il Pdl, che invece si era schierato al suo fianco fin dal primo istante. Poi ogni nodo del processo è stato accompagnato da una vigorosa campagna innocentista con  protagonisti eterogenei, dall’ex direttore di Liberazione Piero Sansonetti al vicedirettore del Corriere della Sera Pigi Battista, protagonista di epici scontri a distanza con il suo omologo del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, autore di diversi articoli che contestavano la prematura assoluzione a mezzo stampa.

La sacrosanta presunzione di innocenza fino al giudizio definitivo (Del Turco ha già annunciato il ricorso in appello) si è trasformata infatti in una curiosa presunzione di assoluzione. Così già nel lontano 2009 il deputato Pdl Giuliano Cazzola tirava in ballo il paragone con il dramma di Enzo Tortora, ma fu significativo anche l’intervento di Luciano Violante due anni dopo: “Se il magistrato inquirente ha sbagliato, alla fine del processo dovrà risponderne personalmente”. Il 14 gennaio 2012 in Senato fu presentata persino un’interrogazione bipartisan che chiedeva al governo se con l’inchiesta Del Turco non fossero stati “violati diritti costituzionali individuali“, e se lo svolgimento della vita democratica della Regione Abruzzo non fosse stato “irrimediabilmente compromesso dai comportamenti della magistratura”. In calce le firme di parlamentari del Pd (Franca Chiaromonte, Pietro Marcenaro, Adriano Musi, Luciana Sbarbati) e del Pdl (Luigi Compagna, Ombretta Colli, Antonino Caruso, Diana De Feo, Marcello Pera e Vincenzo Fasano). Ai tecnici di Mario Monti, i senatori chiedevano anche lumi su ”come si possa impedire in futuro il ripetersi di inchieste tanto palesemente disancorate al rispetto delle norme costituzionali in termini di diritti individuali”.

I giudici di primo grado, invece, hanno emesso un verdetto di condanna:  ”E’ una sentenza che ristabilisce la verità su un fatto doloroso per l’Abruzzo”, ha detto all’Ansa Nicola Trifuoggi, capo della Procura di Pescara all’epoca dell’inchiesta. “Io sono amareggiato per la malafede con cui periodicamente sono partite campagne mediatiche che volutamente diffondevano la falsa notizia di innocenza acclarata che grazie al loro potere sull’opinione pubblica hanno gettato sconcerto”.