Sette pagine di arringa. Ma la memoria difensiva del Pdl per spiegare cos’è il processo Mediaset e perché Silvio Berlusconi – in attesa della Cassazione dopo una condanna a 4 anni per frode fiscale e 5 di interdizione – è innocente, è un documento politico a tutti gli effetti. E’ come se il collegio difensivo dell’ex premier si fosse ampliato a dismisura. Ma senza conoscere fino in fondo gli atti, i documenti, le testimonianze e le prove che allo stato hanno comportato la condanna del leader. 

Dal 1994 Silvio Berlusconi non ha più ricoperto cariche in Mediaset e quindi “non ne ha firmato alcun bilancio né alcuna dichiarazione dei redditi”, fatto notorio e incontestabile da cui emergerebbe l’estraneità dell’ex premier nella vicenda legata all’acquisto di prodotti Paramount in cui è stato condannato in secondo grado anche l’imprenditore americano Frank Agrama. Ma per la Procura di Milano e per i giudici di primo e secondo grado Berlusconi è stato il “dominus assoluto” di una ” enorme evasione fiscale”: ci sono state le società schermo, fatture gonfiate o false, passaggi di denaro sui conti di dirigenti Mediaset con le retrocessioni che provenivano proprio da Agrama che dopo aver incassato il sovrapprezzo ne restituiva una parte. Tutto quindi all’oscuro del padrone? No per i giudici di secondo grado che spiegano come altrimenti Berlusconi avrebbe dovuto essere “un imprenditore … così sprovveduto da non avvedersi del fatto che avrebbe potuto notevolmente ridurre il budget di quello che era il maggior costo per le sue aziende e che tutti questi personaggi, che a lui facevano diretto riferimento, non solo gli occultavano tale fondamentale opportunità ma che, su questo, lucravano ingenti somme, sostanzialmente a lui, oltre che a Mediaset, sottraendole”.

Il Pdl sostiene la bontà degli affari di Mediaset con Agrama (“grazie ai suoi rapporti di amicizia con il Presidente della Paramount, Bruce Gordon, godeva di una sorta di esclusiva per la vendita dei prodotti Paramount sui mercati europei ed otteneva dalla stessa Paramount prezzi e condizioni particolarmente favorevoli. Secondo alcune testimonianze, Frank Agrama e Bruce Gordon erano soci e Agrama acquistava ogni anno da Paramount l’intera produzione dei film e delle fiction e poi li vendeva, singolarmente o a pacchetti, ai vari operatori europei assumendo su di sé il rischio dell’acquisto globale della produzione Paramount”), dimenticando che ci sono testimoni che hanno dichiarato che il gruppo in alcuni casi pagava i diritti tv il doppio del prezzo sborsato per esempio dalla Rai e addirittura con un ricarico del 100%. 

Mediaset, quindi, sostiene il documento del Pdl “per acquisire i prodotti Paramount, tra i migliori sul mercato americano, doveva quindi, necessariamente, trattare sempre e solo con Agrama”. I magistrati milanesi, sottolinea il Pdl “non si sono arresi a questa realtà e hanno ipotizzato addirittura che la causa dell’esclusiva di Agrama sarebbe stato il fatto che Silvio Berlusconi sarebbe socio occulto di Agrama e che avrebbe diviso con lui gli utili delle vendite Paramount”. Per il Pdl, invece, è incontestabile dagli atti che Berlusconi conobbe Agrama “agli albori della TV commerciale negli anni ’80 non avendo avuto successivamente alcun rapporto con lui” e che dai conti correnti di Agrama sequestrati dai Pm milanesi “si evince incontestabilmente che tutti i guadagni provenienti dall’attività commerciale di Agrama sono rimasti nella sua esclusiva disponibilità e che mai somma alcuna è stata trasferita a Silvio Berlusconi”. Eppure i magistrati hanno trovato i conti correnti per lo più in Svizzera su cui sono arrivati i soldi delle retrocessioni garantite da Agrama ai dirigenti Mediaset finiti a processo. 

Inoltre, sottolinea il documento del Pdl “tutti i testimoni ascoltati hanno categoricamente escluso che Silvio Berlusconi si fosse mai occupato dell’acquisto di diritti televisivi” così come appare evidente “che Silvio Berlusconi, che era ed è, attraverso Fininvest, il principale azionista e il principale beneficiario degli utili, mai avrebbe avuto interesse ad acquistare prodotti Paramount in eccedenza rispetto alle esigenze di Mediaset innalzandone i costi per poi dividere l’utile con Agrama e mai avrebbe acconsentito al pagamento di tangenti in ‘nero’ a propri dirigenti per agevolare Agrama”. Ma come dichiarato in aula da alcuni testimoni che i giudici citano in motivazione: “Berlusconi rimane infatti al vertice della gestione dei diritti”, anche quando ormai ricopriva “incarichi pubblici”

Il pdl punta il dito anche contro i giudici milanesi: “In qualunque altra sede giudiziaria a fronte di decisioni consimili si sarebbe doverosamente ed immediatamente pervenuti ad una sentenza più che assolutoria. Ma non a Milano”, un falso visto che ultima in ordine di tempo, per il processo Mediatrade il 18 ottobre 2011, è arrivata dal gup di Milano un proscioglimento per Silvio Berlusconi, mentre a Roma il gup ha sancito una assoluzione e una prescrizione il 27 giugno 2012. Secondo il Pdl “ciò che rende ancor più assurda tutta questa vicenda è rappresentato dal fatto che i magistrati milanesi, contro ogni logica, non hanno tenuto conto di due precise sentenze della Corte di Cassazione, che con decisioni passate in giudicato hanno statuito l’assoluta estraneità di Silvio Berlusconi alla gestione di Mediaset proprio negli anni in questione”. I processi Mediatrade, Milano e Roma, infatti sono passati in giudicato: ma nel procedimento romano è stata appunto sancita una prescrizione per i fatti relativi al 2003 e una assoluzione per il 2004. E la prescrizione, va ricordato, è il riconoscimento che un reato è stato commesso ma è passato troppo tempo perché sia punito. 

Il Pdl se la prende poi con i giudici che hanno emesso le sentenze, ma richieste di rimessione o istanze di ricusazione sono state tutte respinte. Nel documento si azzardano anche ipotesi di spesa per il costo dei processi: una ventina di milioni, ma dati ufficiali non sono stati mai diffusi. Per il Pdl il fisco ha contestato a Mediaset di aver evaso per gli anni 2002-2003 “imposte per 7.300.000 euro”: tale importo “rappresenta poco più dell’1% delle imposte, ammontanti a 567 milioni di euro, versate da Mediaset all’erario per gli stessi anni 2002 e 2003. Ma se c’è stata frode, piccola o grande che sia, saranno i giudici della Cassazione a stabilirlo.