Rio de Janeiro – Lo sguardo di traverso sotto la visiera del berretto da baseball è fisso, dritto agli occhi dell’interlocutore. Si comporta da duro, forse per bilanciare il suo fisico per niente minaccioso. Risponde con ritmo serrato alle domande, disponibile a raccontare la sua storia. L’importante è non interromperlo dall’attività che porta avanti con metodo e che sembra rapire ogni suo pensiero: fumare. Aspira una pietruzza di crack dietro l’altra, attraverso un bicchiere d’acqua modificato per l’uso. Si riempie i polmoni con avidità, trattiene il fiato e poi parla. Il 25enne Beiço, passa le sue giornate così. Ruba, recupera il denaro per la droga, e poi si sistema sul marciapiedi tra la stazione Central do Brasil e la favela Morro da Providencia. Una delle centinaia di ‘cracolandia’ di Rio de Janeiro, luoghi molto visibili nel ‘lato b’ della città. La storia di Beiço è quella di centinaia di altri ragazzi che popolano le strade di Rio, dove finiscono per vivere con l’unico obiettivo di drogarsi. Gli spazi occupati con stracci e cartoni dove il degrado della tossicodipendenza si incontra con quello dei senzatetto, in un mix che mostra tutte le difficoltà di un Brasile alla ricerca della modernità. Un enorme problema di ordine sanitario, sociale, ma anche di ordine pubblico. E con l’arrivo degli eventi internazionali, pure di immagine.

Come offrire la Rio da cartolina, se appena fuori dall’aeroporto e fino alla zona sud, il panorama è caratterizzato da questi squarci di degrado? Per risolvere la situazione il municipio carioca ha approvato una risoluzione che prevede il ‘raccoglimento’ e ‘internamento’ forzato di tossicodipendenti e senzatetto. La norma è del maggio 2011, quando la segreteria municipale di assistenza sociale istituisce il ricovero forzato per bambini e adolescenti di strada e tossicodipendenti. Nell’ottobre del 2012 viene allargato anche agli adulti. Una sorta di Tso collettivo portato avanti con manette, manganelli e armi non letali. Qualcosa di violento, nei termini e nei metodi, al centro di feroci polemiche che mai hanno superato però il dibattito interno al Paese. Nonostante l’intervento di Ong e dell’Onu che ha criticato molto la cosa.

Beiço ha le idee chiare sulla misura. “Non serve a niente portarmi via in manette e buttarmi in un centro di accoglienza e imbottirmi di pillole. Io mi faccio dal 2003. Questa droga è più forte. Cosa credi, che mi faccia piacere? Che non vorrei smettere? Ci ero quasi riuscito, per anni sono stato lontano, ma poi 10 mesi fa ho ricominciato, e adesso fumo molto di più di prima”. Il problema per molti giovani è psicologico, sociale, familiare, e l’intervento delle autorità dovrebbe essere per questo differente. Ma la risposta più facile resta la rimozione del problema. “Io una famiglia ce l’ho” dice Tiffany, 23 anni portati male. “Ho un figlio di 5 anni, lo sta crescendo mia madre, mi piacerebbe tornare a casa, ma non posso”. Vive dunque per strada, e il fisico è evidentemente segnato da questa vita. Cerca di nascondere le ossa che spuntano da sotto la pelle. Ma è impossibile. “Non guardarmi adesso sporca, quando vado a lavorare sono carina. Faccio la professionista del sesso”. E’ così che recupera i 300 real di droga che fuma al giorno. E gli spacciatori sorridono. Il titolare della cracolandia dove Beiço, Tiffany e gli altri sdraiati a terra si intossicano fisico e anima fumando, spaccia senza troppo nascondersi. In caso di arrivo delle guardie municipali e degli operatori del municipio, neanche verrebbe preso in considerazione. La sua faccia è normale, è pulito. E non è lui l’obiettivo della politica. Per Beiço e gli amici sarebbe differente. Verrebbero portati via in blocco e in caso di reazione ammanettati o storditi con le scariche elettriche del taser. E poi trasportati in centri di accoglienza dove verrebbero sottoposti a trattamenti medici non sempre noti, per poi essere rimessi fuori in un periodo da stabilire a discrezione delle autorità.

I punti critici della terribile pratica quanto a violazioni dei diritti umani sono dunque due. Il primo relativo al momento della ‘rimozione’, dove vengono usati violenza e strumenti pericolosi per chi ha il fisico debilitato dalla droga. Il secondo relativo al trattamento nei centri di accoglienza. Luoghi inavvicinabili per i giornalisti, soprattutto stranieri, la cui realtà è stata raccontata da immagini rubate dalle varie associazioni e dai politici che hanno potuto accedere alle strutture gestite dalla segreteria di salute del municipio. A giugno del 2012, la commissione di difesa dei diritti umani dello Stato, con il consiglio regionale di psicologia, quello dei servizi sociali e l’ente di prevenzione della tortura ha visitato quattro centri. Pesanti le denunce: dall’eccesso dell’uso di farmaci per la contenzione meccanica contro i comportamenti devianti, alla difficoltà nel mantenere rapporti con la famigli e la comunità. Ma non solo. Racconta la presidentessa delle commissione dritti umani del municipio, Teresa Bergher, nel corso di una udienza pubblica dello scorso giugno: “Le stanze sono pienissime, ben oltre la loro capacità. Solo di recente hanno iniziato a dividere i malati contagiosi dagli altri ospiti. Ma una divisione per età ancora non è precisa. Resta una situazione precaria, ci sono insetti, sporcizia, bagni terribili. Secondo i dati ufficiali poi ci sarebbero 10 psicologi, 10 assistenti sociali, 2 infermieri e due tecnici. Ma quando siamo stati lì c’era solo un tecnico. Per 500 persone, solo un dipendente”.

I centri sono di norma inaccessibili, vietate le visite. “Non c’è nessuna garanzia che le persone vengano curate”, afferma Dario Sousa e Silva, sociologo dell’università statale di Rio e ricercatore. “Non ci sono istituzioni che attestino o immagini che provino cosa succede nei centri. Sappiamo però che non ci sono medici, non si sono terapeuti né psicologi. Una volta a settimana per due ore un medico visita i pazienti e verifica le terapie”. Due ore per visitare anche 500 pazienti. “In base alle verifiche si sa che le persone dormono tutto il tempo”. Sarebbe questa la prova che non si tratta di un’azione medica ma di polizia. E il problema per Sousa e Silva è anche di ordine legale. “Una legge del municipio non può andare contro una della federazione, sarebbe incostituzionale. E secondo la legge nazionale l’essere dipendente non è sufficiente per per essere incarcerati”.

Secondo Justiça Global, una delle Ong più importanti del Paese, “la politica di internamento rappresenta un passo indietro rispetto alla lotta anti-manicomiale”. La legge federale del 6 aprile infatti, afferma che l’internamento coatto deve essere determinato da un giudice, deve essere singolare, e specifico. Raccogliere senza criterio bambini, adulti, anziani, malati e tossici e buttarli in un centro di accoglienza non è certo una risposta. Per Justiça Global “la politica di internamento forzato è solo una giustificazione per azioni violente di igienizzazione e controllo dei poveri”. Ne è certo anche Renato Cinco, membro per il Psol della commissione diritti umani del municipio, che ha invocato una commissione di inchiesta. “Storicamente il potere pubblico lavora per la costruzione di un’area della città dove non trovino spazio i poveri e gli indigenti. Da quando è stato eletto Paes, c’è stata una crescita di queste azioni. Dalla rimozione delle famiglie per la coppa del mondo e le olimpiadi, fino a questo”.

Ma preoccupazioni sono state espresse anche dalle Nazioni Unite per “a forma violenta, degradante e disumana attraverso la quale i tossicodipendenti vengono presi e ricoverati”. L’Onu nel 2012 ha dichiarato che i centri di detenzione e trattamento forzato per la privazione della libertà rappresentano una violazione di diritto internazionale sui diritti umani. Per questo il ministero pubblico ha sollecitato un’azione contro il prefetto Eduardo Paes, per abusi. Mai presa in considerazione. Il prefetto resta al suo posto, centinaia di ragazzini come Beiço e Tiffani continuano a mandare la loro vita in fumo, la politica di internamento va avanti. E la città si prepara così, più pulita, ad accogliere il Papa.