Undici anni dopo la straordinaria performance parlamentare di Luciano Violante sulla (mancata) legge sul conflitto d’interessi, l’ex segretario del Pd, Pierluigi Bersani, decide di fare di più e di meglio. Verosimilmente invidioso del successo – in numero di visualizzazioni su youtube – ottenuto dall’ex presidente della Camera con il discorso in cui rivelava come nel 1994 fu data “garanzia piena” a Silvio Berlusconi “che non gli sarebbero state toccate le televisioni”, Bersani scuote i già fragili nervi dell’elettorato del Pd con un nuovo retroscena. Il motivo per cui dopo aver giurato decine di volte “mai al governo con Berlusconi” il suo partito si è ritrovato al governo con Berlusconi.

Mica io volevo fare l’alleanza con Grillo, sono mica matto” dice candido l’ex segretario alla Festa de L’Unità di Cremona prima di aggiungere che lui con il M5S può discutere di tutto, tranne che di una questione: la democrazia. Perché “non esiste la possibilità che ci siano movimenti o partiti dove comanda uno solo”.

Un’affermazione per molti versi condivisibile che però apre la porta ai sospetti: forse Bersani è davvero matto ma, come spesso accade in questi casi, non lo sa.

Intendiamoci: qui il problema non sono gli attacchi dell’ex segretario al Movimento. In una democrazia la concorrenza tra partiti è (o almeno dovrebbe essere) un fatto normale. E sulle questioni interne ai 5 Stelle ciascuno è poi libero di pensarla come gli pare. Anche perché pure noi crediamo che episodi come l’espulsione della senatrice Adele Gambaro, di fatto colpevole del reato dal sapore sovietico di critica al Capo, peseranno a lungo sulla credibilità dei M5S.

La questione importante è invece un’altra: in Italia il partito più personale di tutti è, indiscutibilmente, quello del Cavaliere. Ovvero quello con cui il Pd ha ritenuto giusto e conveniente non solo rieleggere Giorgio Napolitano presidente della Repubblica e andare al governo, ma persino tentare di riscrivere quella cosa da nulla che è la Costituzione.

Ecco allora che qualcosa non torna: dopo aver pareggiato le elezioni, Bersani ai 5 Stelle chiede solo l’appoggio esterno per il voto di fiducia, non propone governi che abbiano premier diversi da se stesso e dice di no quando si tratta di portare Stefano Rodotà al Colle. Al Pdl invece finisce per dir di sì su tutto, dopo aver candidato Franco Marini al Quirinale, proprio per poter raccogliere i voti dei berlusconiani.

Insomma, al netto degli errori del M5S (un nome esterno ai partiti per Palazzo Chigi avrebbero dovuto farlo loro), riascoltando Bersani almeno un sospetto rischia di diventare certezza: c’è stato del metodo in quella follia.