La giudice Chiara Schettini, accusata di corruzione e peculato, è in carcere a Perugia da oltre 15 giorni. Per otto ore di fila ha accusato i colleghi, ma il Riesame le ha negato i domiciliari. L’unico risultato è che si è allargata l’inchiesta sulla cricca della Fallimentare, sezione del tribunale che a Roma, come in ogni città, è il crocevia giudiziario degli affari sporchi. Una cricca specializzata in sentenze pilotate, aste vinte da persone “giuste”, agganci per dirottare i soldi su conti correnti in Svizzera e a Cipro o acquistare case in ogni parte del mondo. Per l’esattezza quelle riconducibili a Schettini sono otto a Roma, una sui tetti di Parigi, un’altra a Miami, per non dimenticare la villa a Fregene e il rifugio a Madonna di Campiglio. Un patrimonio che va al di là dei 4 milioni e 800 mila euro contestati nell’ordinanza di arresto. Schettini è bionda, elegante, aggressiva, Gli investigatori del Gico, che hanno ascoltato per ore questa signora educata nelle migliore scuole dei Parioli, sono rimasti choccati “dal linguaggio rozzo e scurrile”, dai toni minacciosi: “Guarda, gli ho detto, sono più mafiosa dei mafiosi, ci metto niente a telefonare ai calabresi che prendono il treno, te danno una corcata de botte e se ne vanno”. Dall’altra parte del filo c’è Federico Di Lauro, curatore fallimentare finito in carcere con la bella moglie cinese, il minacciato è invece Piercarlo Rossi, padre del suo secondo figlio, con il quale è ormai in rotta. Anche con il primo, 18 anni, non si sarebbe posta troppi scrupoli. Al momento dell’arresto con un sms gli ordina di far sparire “quello che sa”. Il ragazzo esegue, ma la borsa con 35 mila euro in contanti viene ritrovata.

Erano anni che la procura di Perugia raccoglieva denunce. “Io non ho messo in tasca una lira, c’erano altri sopra di me”, si è difesa con il gip Brutti. Il tappo è saltato e non sarà solo lei a pagare. Vanta sangue calabrese nelle vene: il padre Italo, nel 1979, fu ucciso dalle Br davanti ai suoi occhi. Un anno fa il Csm l’aveva trasferita all’Aquila, per incompatibilità ambientale.

Attorno a lei nuotano pesci grandi e pesci piccoli. Massimo Grisolia, perito in cattive acque, ne è fulgido esempio. Con un fax gli chiese di restituire 15 mila euro, ma avvertì: “Potrei soprassedere ai soldi, ma caro professore mi deve togliere dalle palle il suo amico Massimo… ha chiesto la riapertura di due procedimenti, una rottura senza limiti. gli dica di non insistere perché non domani, né dopo domani ma fra 10 anni io lo ammazzo”. L’amico Massimo è in realtà l’avvocato Vita. Mai ricevuto minacce? “Non da Grisolia, però mi hanno telefonato persone con accento calabrese, consigli…”. Messaggi? “Mi dicevano lasci perdere la vecchietta…” La “vecchietta” è Diana Ottini, un tipo tosto, La giudice le consegnò 500 mila euro stipulando una promessa di vendita posticipata di 10 ann, affinché acquistasse la sua casa dal Comune. Ma venuto il momento lei la casa se l’è tenuta e il Tribunale le ha dato ragione. Non è andata altrettanto bene a Francesca Chiumento, altra cliente dell’avvocato Vita, che da anni si batte per riconquistare il “suo” attico in via Germanico: 170 metri quadri, terrazza su tre livelli, che il padre aveva acquistato dagli eredi di Aldo Fabrizi. La casa finì all’asta, nei salotti romani si parla ancora della polizia arrivata con le camionette. Anche quell’asta porta la firma della Schettini: la famiglia Chiumento era pronta a pagare, a spuntarla fu un medico del Bambin Gesù che offrì 50 mila euro di meno. L’appartamento di via Germanico alla fine fu rivenduto per 1 milione e 800 mila euro a una coppia importante. Lei figlia di un costruttore, che ha tirato su villaggi turistici tra Terracina e Sperlonga, lui avvocato della banca che aveva offerto il mutuo ai legittimi proprietari.

Ed è qui che entra in scena Grisolia, il pesce piccolo. Un anno prima dell’asta, il curatore fallimentare affittò una stanza nello studio dell’avvocato Chiumento, fratello di Francesca: spiava e riferiva. Cosa strana, due giorni prima dell’arresto, la giudice ha chiesto un incontro all’avvocato Vita. Niente minacce stavolta, ma una strana confessione: “Sa, mi dispiace per la sua cliente, io davvero non c’entravo, chi ha prelevato il debito era amico del presidente Severini”. Dice soltanto: “Ero una pedina”.