Portare il gessato è come una condanna preventiva per un politico chiacchierato, diciamo così, che viene dal sud. Accadde con Antonio Gava, doroteo buonanima. Accade con l’ex berlusconiano Sergio De Gregorio. Napoli, palazzo di giustizia, tarda mattinata di ieri. Avanza, De Gregorio, con un gessato blu. Ricorda un Sopranos. Ma dentro, l’ex senatore che passò da Di Pietro al Cavaliere, dice di essere un uomo nuovo: “Sono addolorato per tutte le cose che ho combinato per Berlusconi. Gli ho messo a disposizione la macchina da guerra che sono stato, il cervello che mi ha donato il Padreterno”.

De Gregorio, lei è un mezzo condannato: ha appena chiesto il patteggiamento per corruzione.
Un anno e otto mesi, con il parere favorevole dei pm, ma so che il mio percorso di espiazione è appena cominciato. E sarà lungo.

Il peccato di far cadere Prodi nel 2008, al Senato: lei, Berlusconi e Lavitola. L’Operazione Libertà. Il gup di Napoli deciderà se ci sarà o no un processo.
A Palazzo Madama c’era una task force guidata dal povero Romano Comincioli (parlamentare di B. morto, ndr), poi Lavitola. Io ero un senatore novizio.

Un novizio che ora si pente.
Ero lì per la prima volta, non conoscevo tutti. Avvicinai solo Caforio dell’Italia dei Valori.

B. le diede tre milioni per lasciare Di Pietro.
Un milione, ufficiale, al mio movimento e due in nero. Mi stupivo di questi pagamenti in nero e perciò dissi a tavola quella battuta riportata oggi (ieri per chi legge, ndr) sui quotidiani.

“Berlusconi è l’uomo più ricattabile d’Italia”.
Quando un uomo si affida a intermediari come Lavitola che danno soldi in nero non c’è altra spiegazione per me.

Lavitola non era un volontario a costo zero.
Certamente. Questo era anche un modo, per Lavitola, di lucrarci sopra. Oltre ai due milioni, so di altri 500mila euro che però non mi ha mai consegnato. Ma questo fa parte del carattere di Lavitola.

Berlusconi conosce solo il colore dei soldi.
E’ il suo modo di gestire il potere. Faccia il conto di quante olgettine paga ancora, di quanto denaro passa ai testi del processo Ruby.

Un oceano che bagna tutta la vita di B., pubblica e privata.
Lui compra le persone, le usa e le getta.

Il dolore dei soldi.
Ma io ho avuto un segno. Ho sognato mio padre. Mi diceva di andare dai magistrati e dire tutto su Berlusconi.

Tutta la verità.
Sì.

Non desiderare il parlamentare d’altri: altri peccati di shopping istituzionali?
Nel 2010 alla Camera.

L’anno dello strappo di Fini. Scilipoti e Razzi consegnati a un’eternità imbarazzante.
So di un altro deputato.

Il nome del comprato?
Non mi faccia andare oltre. Mi comprenda, i magistrati stanno approfondendo.

Era dell’Idv?
No.

Allora un finiano di ritorno, riacciuffato all’ultimo da B.
Non posso dire nulla.

Un’altra Operazione Libertà.
Denis Verdini fu il bomber della trattativa.

Plurinquisito impresentabile.
Ho incontrato Verdini il 19 dicembre scorso. E’ stata l’ultima volta che ci siamo visti.

Voleva recuperarla?
Sì. Fu mandato da Berlusconi, che invece non volli vedere. Si stavano preparando le liste per le politiche.

Verdini le riempiva.
Mi disse: “Dai Sergio candidati. Andiamo tutti al Senato, io, te, Silvio, Nicola (Cosentino, ndr). Ho visto i numeri, se ci facciamo eleggere lì non c’è la maggioranza per far passare le ordinanze di custodia cautelare”.

Un discorso nobile. Il vero volto del berlusconismo.
Ho detto no. Ho preferito il carcere, appena finito il mandato parlamentare.

Arresti domiciliari per i soldi pubblici all’Avanti. Truffa e bancarotta. Revocati l’altro giorno.
Anche in questa inchiesta sono stato collaborativo.

Il suo percorso di espiazione prevede un libro.
Uscirà a settembre. Non le dico l’editore per un solo motivo. Se qualcuno lo sa, si compra la casa editrice e lo blocca.

L’Espresso anticipa due capitoli: lei fermò una rogatoria su fondi neri di Mediaset in Cina.
Centinaia di milioni di euro. Conti intestati a Frank Agrama (socio di B. condannato insieme a lui per i diritti tv Mediaset, ndr). Mi avvisò il console italiano a Hong Kong, mi mandò un fax con le intestazioni cancellate del ministero della Giustizia. Avvisai B., che cenò a Palazzo Grazioli con l’ambasciatore cinese e il fido Valentino Valentini.

Niente rogatoria.
Sì, il risultato venne raggiunto. Io inventai anche l’associazione parlamentare Italia-Hong Kong, dicendo: “Qui si tratta di togliere dal fuoco le castagne di Berlusconi”.

Finiamo il conto: i cinque milioni teorici che lei offrì a Caforio, che disse no ma registrò tutto e diede la cassetta a Di Pietro.
Questo è l’episodio più singolare. Nessuno che si domandi perché quella cassetta Di Pietro non l’ha mai data ai magistrati.

De Gregorio, quando ha deciso di parlare?
Dopo l’arresto di Lavitola, nel 2012. Lo dissi a Ghedini.

L’avvocato di B.
Gli dissi che avrei lasciato la politica per non finire nel tritacarne. Sarei stato inseguito per tutta la vita, come Al Capone.

Cosa rispose?
Che anche Berlusconi stava pensando alla stessa cosa.

Lasciare la politica?
Sì, ma poi non l’ha fatto. Ghedini è la radice di tutti i mali di Berlusconi, mi creda.

da Il Fatto Quotidiano del 28 giugno 2013