Il consolato americano di Milano avrebbe rifiutato il visto elettronico a Paolo Limonta, il responsabile dell’Ufficio per la città di Palazzo Marino. Lo scrive sulla sua pagina Facebook proprio Limonta, collaboratore (e storico braccio destro) del sindaco Giuliano Pisapia“Mio figlio e i miei nipoti – racconta – stanno organizzando un viaggio negli Usa e vogliono che io vada con loro. Ma il 3 giugno mi viene comunicato che l’autorizzazione del viaggio senza visto non è stata approvata e devo presentarmi il 27 giugno al Consolato di Milano”. Limonta continua spiegando che “oggi mi presento e una simpatica funzionaria mi comunica che la mia richiesta di visto non è stata accettata e, incredibilmente, chiede a me di spiegarle le ragioni di questo rifiuto. Le ho suggerito di verificare se, per caso, alla base della non concessione del visto, ci potesse eventualmente essere il fatto che ho difeso e difendo i diritti di molti popoli oppressi come i kurdi, i palestinesi, gli iracheni e continuerò a farlo”.

Ma Limonta aggiunge che la causa del diniego potrebbe essere dovuta al fatto che “la mia crescita umana e politica sia stata indelebilmente segnata dai golpe avvenuti in Sud America e che la mia critica alla politica statunitense in quell’area sia stata costante nel nome di tutte le centinaia di migliaia di donne e uomini innocenti imprigionati, torturati o uccisi”.

Peraltro, spiega lo stesso dirigente del Comune, aveva risposto no “a tutte le domande del questionario, tra le quali spiccava quella in cui si chiede se si voglia entrare negli Stati Uniti per compiere attentati terroristici o se sia stato coinvolto in attività di spionaggio o sabotaggio”. Alla funzionaria del consolato Limonta ha spiegato di non aver “mai subito condanne e non ho procedimenti penali in corso (a differenza di molti simpatici personaggi che non mi risulta abbiano problemi ad entrare e uscire dagli Usa), che non voglio attentare alla sicurezza dei cittadini statunitensi e vorrei solo fare il turista: le ho suggerito di verificare se, per caso, alla base della non concessione del visto, ci potesse eventualmente essere il fatto che ho difeso e difendo i diritti di molti popoli oppressi come i kurdi, i palestinesi, gli iracheni e continuerò a farlo”.

Limonta racconta che alla funzionaria del consolato ha “spiegato che faccio il maestro elementare e che insegno tutti i giorni ai miei alunni quanto sia importante il rispetto e la dignità di ogni essere umano. Con gli occhi un po’ sgranati mi ha consegnato un modulo in cui mi si dice che potrebbero essere necessari dai venti ai novanta giorni e anche di più per esaminare la mia situazione ed eventualmente rilasciarmi il visto. Non so se riuscirò ad andare negli Stati Unititi con mio figlio e i miei nipoti. Nel caso mi consolerò andando a fare l’animatore e a giocare con i bambini da qualche parte. Consiglierei però al presidente Obama di ringiovanire un po’ i suoi apparati di sicurezza e la loro filosofia”.