Uno dei pilastri del “Voting rights act” cancellato. Un pezzo della storia dei diritti civili americani che viene archiviato. La Corte Suprema americana ha abolito la sezione del “Voting Rights Act” che obbliga nove Stati del Sud a richiedere l’autorizzazione per ogni modifica ai propri sistemi elettorali. Hanno votato per la cancellazione della norma i cinque giudici conservatori, mentre i quattro progressisti si sono schierati per il suo mantenimento. Alla lettura della sentenza, decine di attivisti della “National Association for the Advancement of Colored People”, l’associazione che difende i diritti degli afro-americani, hanno protestato e lamentato i rischi della decisione: “Si tratta di un brutto colpo per la democrazia”, ha detto Sherrilyn Ifill, esperta legale della NAACP. Anche Barack Obama ha espresso tutta la sua “profonda delusione” per la sentenza.

Approvato nel 1965, il “Voting Rights Act” fu unanimemente considerato come il vertice legislativo di una battaglia politica costata decenni di lotte, sacrifici, pestaggi e anche morti per i sostenitori del diritto al voto dei neri. La legge prevedeva che nove Stati – Alabama, Alaska, Arizona, Georgia, Louisiana, Mississippi, South Carolina, Texas e Virginia – ottenessero il permesso del Dipartimento di Giustizia prima di introdurre qualsiasi cambiamento alle loro leggi elettorali. Gli Stati erano stati ovviamente scelti sulla base di una lunga storia di discriminazione e negazione del diritto di voto delle minoranze – non soltanto gli afro-americani, ma anche i nativi americani, gli ispanici, gli asiatici. Proprio per questo la legge includeva anche alcune contee di California, Florida, New York, North Carolina, South Dakota e Michigan.

L’attuale sentenza della Corte Suprema non cancella la necessità di tutelare il voto delle minoranze, di chi potrebbe incontrare ostacoli all’esercizio del proprio diritto. Quello che i cinque giudici della Corte pensano è che le condizioni, dal 1965, sono cambiate, che le ragioni di discriminazioni sono diverse e che quindi il Congresso debba trovare “altre formule sulla base delle circostanze attuali”. “Nel 1965, gli Stati potevano essere divisi in due gruppi – ha scritto il presidente della Corte, John G. Roberts -. Quelli con una storia recente di bassa registrazione e affluenza al voto, e quelli senza queste caratteristiche… Oggi la nazione non è più divisa sulla base di quei criteri, eppure il ‘Voting Rights Act’ continua a sopravvivere”. Netta invece l’opposizione da parte dei giudici più progressisti, che attraverso Ruth Bader Ginsburg hanno spiegato che “la Corte oggi abolisce una norma che si è dimostrata adatta a bloccare le discriminazioni di un tempo”.

Lo stesso disappunto contro la sentenza della Corte è stato espresso anche dal presidente degli Stati Uniti che ha ricordato come “per circa 50 anni il ‘Voting Rights Act’, ripetutamente rinnovato da una larga maggioranza bipartisan in Congresso, ha assicurato il diritto di voto a milioni di americani”. Obama chiede ora al Congresso di “varare una legislazione che assicuri che ogni americano abbia un accesso uguale alle urne”. L’appello del presidente rischia però di restare inevaso. La Camera a maggioranza repubblicana potrà ben difficilmente arrivare a una nuova legge che tuteli il voto delle minoranze. Prima delle presidenziali 2012, tra l’altro, diversi Stati a maggioranza repubblicana hanno votato norme per limitare l’accesso alle urne: limitati orari di apertura dei seggi, necessità di munirsi di un documento di identità, cancellazione della possibilità di registrarsi nelle liste elettorali il giorno stesso delle elezioni. Le misure, allora, erano state considerate come un modo per limitare la partecipazione elettorale di afro-americani, ispanici e giovani, gruppi fondamentali alla vittoria di Obama. I democratici si erano rivolti ai tribunali per far dichiarare illegali le norme, e spesso l’avevano spuntata proprio sulla base del vecchio “Voting Rights Act”. Secondo diversi analisti di fede democratica, la sentenza della Corte potrebbe dunque rendere meno facile l’accesso al voto per le categorie più svantaggiate di cittadini.