I segnali del declino industriale italiano sono sotto gli occhi di tutti. L’ultima tabella dei tavoli di crisi presso il ministero dello Sviluppo economico (fonte Cisl) descrive 136 situazioni di sofferenza per 160.024 lavoratori coinvolti. Ma è un dato che si riferisce solo alle grandi imprese. Grandi marchi come Indesit, Natuzzi, Candy, Bridgestone oppure la spina dorsale dell’Italia industriale: Ast Terni, Fin-cantieri, Ansaldo Breda, Alcatel, Menarini. Solo nella settimana tra il 3 e il 9 giugno la Cgil ha conteggiato circa 10 mila posti di lavoro a rischio.

Anche i dati del Centro studi Confindustria sono impietosi: tra il 2007 e il 2013, tutti i settori, tranne il farmaceutico, sono andati in crisi, “autoveicoli” in testa (-45%). Seguiti dal “legno” a -42, tessile (-34%), metallurgia (-29), mobili (-26) chimica (-20), o pellame (19,4%). Per capire le cause di un tale disastro occorre risalire a più ragioni.

RECESSIONE – La prima riguarda l’austerità. Grazie al rigore finanziario nel 2012 la spesa delle famiglie si è ridotta del 4,3% e la flessione degli investimenti fissi lordi è stata del 10% circa (fonte Banca d’Italia). La flessione viene da lontano, almeno dal 2007, inizio della crisi. In questo intervallo si sono perse 55 mila aziende manifatturiere e il saldo tra quelle cessate e quelle neonate, è stato per 10mila unità.

CONCORRENZA – Per un paese in cui la manifattura ha il 50% del proprio valore aggiunto nell’export, la crescita dei paesi emergenti è stata micidiale. L’Italia è stata spiazzata dalla globalizzazione: se nel 1991-‘92 la Cina occupava il 4% nella produzione manifatturiera, oggi è arrivata al 21,4%; gli Usa sono passati, nello stesso periodo, dal 21,8 al 15,4%; la Germania dal 9,1 al 6,1 e l’Italia dal 5,5 al 3,1%. “La posizione relativa raggiunta da economie demograficamente piccole come quelle europee negli anni 70 va considerata storicamente irripetibile” dice Confindustria. La Cina morde alla nuca di un occidente che resta sviluppato (l’Italia è al quinto posto nelle esportazioni manifatturiere) ma potrebbe non essere più il ponte di comando assoluto. In questo quadro, tutti i Paesi, soprattutto gli emergenti, puntano sulla “concentrazione settoriale”. Cioè, la specializzazione. Dove l’Italia perde terreno. Lo dimostra il dato di “complessità dell’export”, misurato dal CsC che misura la differenziazione dei prodotti e la loro esclusività: l’Italia è arretrata dall’1,7 del 1995 all’1,3 del 2008. I paesi emergenti, però, crescono e si rafforzano spalleggiati da un ruolo attivo dello Stato e dell’intervento pubblico. L’Italia sembra, invece, aver abbandonato qualsiasi politica industriale.

DIMENSIONE –  Il ritardo deriva anche dalla dimensione troppo piccola dell’impresa italiana garantita, un tempo, da alcuni colossi in regime di monopolio e sovvenzionati dallo Stato e oggi costretta a fare da sola. Ma, come rileva la Relazione annuale della Banca d’Italia, la ridotta dimensione aziendale “influisce negativamente ” e frena la capacità di competizione internazionale. Secondo i dati Eurostat relativi al 2010, “le imprese manifatturiere italiane hanno un numero medio di addetti di 9,4, il 12 per cento in meno della Spagna, poco più della metà che in Francia e meno di un terzo che in Germania. Le imprese con meno di 20 addetti sono quasi il 93 per cento del totale, quelle con almeno 250 addetti lo 0,3 per cento.

COSTO DEL LAVORO – Le imprese lamentano la scarsa produttività e, di conseguenza, l’alto costo del lavoro per unità di prodotto (Clup). Il sindacato sostiene però che per produrre di più serve un livello di tecnologia migliore. La produttività è un parametro scivoloso: il suo livello dipende anche dalla stagnazione della produzione. Scende in tempi di recessione e sale, ad esempio, se aumenta la disoccupazione. Per quanto riguarda il Clup, poi, nel confronto con la Germania, l’Italia ha perso, tra il 2007 e oggi, solo il 2%. Il grosso dello svantaggio, -15%, deriva dagli anni 2000, quando la Germania ha siglato un patto sociale molto vantaggioso per le imprese. Il ritardo, però, non è facilmente colmabile. A meno di scommettere sulla delocalizzazione come ha fatto la Fiat o la Bridgestone. E come si appresta a fare la Brembo di Alberto Bombassei.

INNOVAZIONE –  A garantire la tenuta dovrebbe essere l’innovazione tecnologica, propedeutica alla specializzazione e alla concorrenzialità intra-europea. Ma “l’incidenza della spesa in R&S sul Pil in Italia nel 2011 era dell’1,3% rispetto all’1,9 della media Ue e al 2,8 della Germania”. L’Italia spende poco, soprattutto nel settore privato, grazie anche a imprese troppo piccole e a conduzione familiare.

SISTEMA-PAESE – L’Italia ha, infine, una burocrazia elevata, tempi lunghi della giustizia civile, carenze infrastrutturali. Secondo la Banca d’Italia, negli ultimi due anni si sono fatti degli sforzi, ma non abbastanza. Per la Banca mondiale la corruzione equivale a circa il 3% del Pil mondiale. La Corte europea l’ha stimata al-l’1% del Pil europeo. Con questi parametri il costo per l’Italia dovrebbe oscillare tra i 15 e i 45 miliardi. Ma non esistono stime ufficiali. Nella classifica sull’indice di corruzione percepita nel mondo, però, l’Italia è al 72° posto. Al primo, a pari merito, ci sono Finlandia, Danimarca e Nuova Zelanda. Agli ultimi tre, Afghanistan, Corea del Nord e Somalia. Siamo nel mezzo. In tutti i sensi.

Da Il Fatto Quotidiano del 19 giugno 2013