Nel 1999 ero alle Victoria Falls, al confine tra Zimbabwe e Zambia, insieme a un viaggiatore di nome Taisuke Nakamura, ex operaio industriale in fuga dal Giappone alla ricerca della felicità. Lo avevo incontrato a Bulawayo dopo avere lasciato per la prima volta l’Angola (dove la Missione Onu di peace keeping per la quale avevo lavorato era in fase di liquidazione, mentre nel paese il conflitto riesplodeva con furore).

Taisuke, con i soldi messi da parte alla catena di montaggio, era in viaggio già da molto tempo: era stato in moltissimi paesi dell’Asia, dell’Oceania, in America del Nord, in America del Sud, aveva fatto l’Europa e da là era arrivato in Zimbabwe, terra più pulita e verde della Svizzera.

Già nel lodge Taisuke aveva mostrato un po’ della sua singolarità salendo e rimanendo per ore su un albero di mango nonostante le proteste della manager. Alle Vic Falls, in mezzo alla potente pervasiva nebbiolina generata dagli spruzzi d’acqua della gigantesca cascata, Taisuke si sedette su uno spuntone di roccia a strapiombo sul precipizio di flutti, uno spettacolo da mozzare il fiato. Siccome soffro di vertigini mi stava girando la testa, lo implorai di sedersi un po’ più indietro, ma lui non mi ascoltò e si mise invece a scrivere nella sua lingua dall’alto in basso cose a me incomprensibili, su un quadernetto che aveva sfilato dallo zaino.

Qualche giorno dopo chiesi chiarimenti sull’ispirazione mistica che lo aveva colto sull’orlo dell’abisso, e sulle cose arcane che aveva scritto in quel momento. Mi rispose in inglese col suo forte accento giapponese: “Oh, ho scritto come si monta e come si smonta un rubinetto”.

Mi ricordò Brassens quando in Corne d’Aurochs canta: “En le regardant avec un oeil de poète – On aurait pu croire à son frontal de prophète – Qu’il avait les grand’s eaux de Versailles dans la tête – Corne d’Aurochs – Mais que le bon dieu lui pardonne, au gué, au gué – C’étaient celles du robinet, au gué, au gué” («Guardandolo con un occhio di poeta – Si sarebbe potuto credere dal suo frontale da profeta – Che aveva le grandi acque di Versailles in testa, Corno di Bue – Ma che il buon Dio gli perdoni– Erano quelle del rubinetto»).

Continuammo il viaggio insieme dalla Zambia al Malawi al Mozambico, fino a Maputo dove ci separammo, perché io dovevo tornare in Angola, dove ero stato richiamato a fare il mio lavoro di Human Rights Officer per le Nazioni Unite.

Prima della partenza, Taisuke mi confidò che nonostante avesse già 30 anni, non aveva mai avuto una fidanzata. Continuò il suo viaggio, dal quale mi scriveva ogni tanto rapidi messaggi via email, e così seppi che era risalito in Tanzania, e poi in Etiopia, e da lì in Egitto, dove rimase per mesi a lavorare in un ristorante, passando poi in Israele, dove restò di nuovo abbastanza a lungo facendo piccoli lavori.

Un giorno mi scrisse che era tornato in Inghilterra, e che aveva conosciuto una ragazza e si erano piaciuti ed uniti. Fu l’ultimo messaggio che ricevetti da Taisuke, più di dieci anni fa.