“Di una cosa sono sicuro: non si è trattato solo di un episodio di malasanità”. Non ha dubbi Vittorio Fineschi, il consulente di parte che la famiglia Cucchi aveva scelto per far luce nel processo sulle cause della morte di Stefano. Lo aveva detto in aula e lo ribadisce con convinzione oggi al fattoquotidiano.it: “Le lesioni sul corpo, in particolare quella alla colonna vertebrale, sono direttamente connesse al decesso”. Ma i giudici hanno assolto i tre agenti penitenziari e condannato cinque medici per omicidio colposo. Cucchi sarebbe quindi morto solo per “inanizione” (mancanza di cibo e di acqua). E questa tesi a Fineschi – che è professore ordinario di Medicina legale presso l’Università degli Studi di Foggia e ha una lunga esperienza nelle aule di tribunale come perito – proprio non va giù.

Professore, che sentenza è stata?
Profondo rispetto, ma per chi conosce il processo nei dettagli questa sentenza lascia ampi margini di dubbio. Il rinvio a giudizio era per abbandono di incapace nei confronti di medici e lesioni volontarie per le guardie, ma nella sentenza le lesioni sono scomparse e i medici sono stati condannati per omicidio colposo. Non soltanto siamo stati smentiti noi consulenti di parte, ma anche i periti del pubblico ministero.

Voi cos’avevate sostenuto in aula in qualità di periti di parte?
Devo fare una premessa: noi siamo arrivati quando era già stata effettuata la prima autopsia, in cui però mancavano tutta una serie di dati, come le lesioni vertebrali e il globo vescicale. Non era stato neppure fatto un esame radiologico del cadavere, che in questi casi è fondamentale, come insegna la metodologia medico-legale.

All’epoca come si è spiegato queste negligenze?
Non me le sono spiegate, ne ho preso atto.

L’assenza di un’adeguata autopsia è stato l’unico ostacolo con cui si è dovuto scontrare il suo lavoro di perito? In che clima è stata accolta la sua testimonianza?
La serenità dovrebbe essere la regola, spesso non lo è in questi processi e soprattutto non lo è stata nel processo Cucchi. La nostra era una consulenza che mostrava delle verità diverse da quelle che erano state raccontate fino a quel momento: nonostante il nostro fosse solo un parere medico in aula siamo stati accolti da un clima di grande tensione e non pacifica accettazione delle nostre tesi. Ma ormai dopo tanti anni sono abituato a questo genere di cose. E ho fatto il mio lavoro.

E quali sono stati i risultati del vostro lavoro, alla luce delle nuove scoperte fatte?
In seguito agli esami da noi richiesti, è emerso un quadro lesivo della colonna vertebrale, delle fratture a livello lombo-sacrale. Abbiamo ritenuto che queste lesioni fossero difficilmente compatibili con una caduta ma provocate attivamente da altre persone. E quindi abbiamo interpretato la morte come conseguenza di un problema cardiaco connesso a queste lesioni vertebrali. Questa nostra ipotesi era stata in parte confermata anche da uno dei periti della Procura, il cardiologo, che ha ammesso che il paziente è andato in brachicardia: un grave rallentamento cardiaco, un riflesso vagale connesso al dolore e alle lesioni fratturative. A quel punto ci sembrava dimostrata la connessione tra le lesioni e la morte. Evidentemente così non è stato per i giudici.

Gli agenti penitenziari sono stati assolti per insufficienza di prove. Nella sua perizia, però, lei attribuiva ad un pestaggio le lesioni riscontrate sul corpo di Cucchi…
La complessità, la tipologia e le caratteristiche delle lesioni secondo noi sono davvero poco compatibili con l’ipotesi della caduta. Anche perché se uno cade è difficile che si faccia male contemporaneamente al volto e alla zona sacrale: si tratterebbe di una caduta senza un punto preciso di impatto. La nostra opinione era e resta che quei traumi siano frutto di un pestaggio, in particolare di colpi ricevuti con calci e pugni. I periti hanno vagliato la nostra tesi e l’hanno messa sullo stesso piano di quella della caduta. I giudici hanno optato per quest’ultima.

Alla fine gli unici ad essere dichiarati colpevoli sono stati i medici. E ieri l’Anaao ha proclamato lo stato di agitazione contro la sentenza
E’ una decisione che ha un senso: la morte di Stefano Cucchi non è stata solo un caso di malasanità. I medici sicuramente non hanno capito cosa stava succedendo, e hanno contribuito al decesso. Anche le loro responsabilità non vanno dimenticate. Ma non si può fare di loro gli unici capri espiatori di una tragedia così complessa.

Secondo lei, quindi, le lesioni hanno avuto un ruolo attivo nel decesso di Cucchi.
Questa è la cosa che più mi lascia perplesso. La causa di morte ultima stabilita dai periti è l’inanizione: ma davvero credono che in quattro giorni si possa morire di fame e di sete in una camera d’ospedale? C’è gente che è sopravvissuta a periodi molto più lunghi nei campi di concentramento, è assurdo. E poi ci sono anche i risultati dell’elettrocardiogramma: le turbe del ritmo cardiaco di cui ad un certo punto soffre il Cucchi, in un ragazzo giovane e sano quale era il defunto, si possono spiegare solo con le lesioni.

Lei sostiene che Stefano era “giovane e sano”, ma da più parti sono stati tirati in causa i suoi problemi di tossicodipendenza per giustificare le cagionevoli condizioni di salute. La sua dipendenza può aver avuto un ruolo nella vicenda?
No, nella maniera più assoluta. Cucchi non aveva alcuna alterazione a livello epatico, polmonare, encefalico. Né aveva alcun organo compromesso dallo stato di tossicodipendenza.

Professore, in conclusione: che sentenza è stata?
E’ evidente che la sentenza non ci soddisfi. Ma più che altro mi lascia un senso di grande curiosità: aspetto con ansia di leggere le motivazioni per capire come è stato possibile che Cucchi si procurasse fratture vertebrali e lesioni al volto, mentre era in stato di arresto, semplicemente cadendo. E che lo stesso Cucchi sia morto di fame e di sete in una camera d’ospedale. Sì, diciamo che a questo punto sono soprattutto curioso.