“Tra il 29 e il 31 maggio a Roma si è verificata un’operazione di “extraordinary rendition” (azione illegale di cattura, ndr) nei confronti di una donna e di una bambina di sei anni, prelevate a casa e poi costrette, contro ogni convenzione nazionale e internazionale, a imbarcarsi su un aereo che le ha portate in Kazakistan“. Questa la versione degli avvocati difensori, secondo cui le due sono state condotte nel Paese dove Mukhtar Ablyazov, marito della donna e padre della bambina, è il principale oppositore del regime dittatoriale di Nursultan Nazarbayev, e per questo detenuto e torturato secondo la ricostruzione di due diversi report di Amnesty international risalenti al 2003  e al 2004 e da dove è riuscito a scappare nel 2009, rifugiandosi prima a Londra e poi, probabilmente, in Italia

“Mi sono subito informata, le procedure sono state perfette, tutto in regola e secondo legge”, ha replicato il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri. La questione era finita anche sul tavolo del ministro dell’Interno Angelino Alfano che rispondendo ai giornalisti al termine della visita a Casal del Marmo, ha ribattuto: “Non possiamo che prenderne atto”.

Il passaporto della moglie di Mukhtar Ablyazov, Alma Shalabayeva

La riconduzione della donna e della bambina verso un Paese in cui non vi è alcuna richiesta di estradizione pendente nei loro confronti – spiegano gli avvocati – rischia di apparire un atto illegale, e di aprire numerosi interrogativi sul perché il governo italiano si sia adoperato con così tanta celerità nel consegnare la famiglia di un oppositore politico nelle mani del suo principale avversario. Il cui unico merito è governare in maniera dispotica un territorio ricchissimo di risorse naturali, di cui l’Eni è uno dei principali partner commerciali.

Della vicenda si è occupato anche il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) il cui direttore Christopher Hein ha dichiarato: “Se la procedura sorprende per la modalità con cui si è realizzata, la cosa che ci preoccupa in maniera fortissima è la possibilità che la signora Shalabayeva possa subire nel suo Paese trattamenti disumani o violazioni dei suoi diritti umani. Questo è secondo noi un rischio molto concreto”. Il Cir ha poi comunicato di aver coinvolto il ministro degli Esteri Emma Bonino in modo da raccogliere informazioni più dettagliate sull’accaduto e preparare interventi appropriati. 

Ma ricostruiamo i fatti. Tutto comincia la notte del 29 maggio, quando una cinquantina di uomini armati della Digos fanno irruzione in una villa di Casal Palocco, una zona dell’Agro romano. Un’operazione in grande stile. Eppure, trovano solo una signora che presenta un passaporto diplomatico della Repubblica Centro Africana, subito sospettato di essere falso. La signora è Alma Shalabayeva, moglie di Ablyazov, che in assenza di un valido titolo di soggiorno è quindi immediatamente trasferita nel Centro di identificazione ed esplulsione (Cie) di Ponte Galeria sulla base di un decreto prefettizio di espulsione. Con una celerità burocratica che gli avvocati della donna definiscono “sospetta”, proprio mentre i legali discutono del provvedimento di custodia nel Cie, a Ciampino arriva l’aereo che permette l’immediata esecuzione del decreto di espulsione, nonostante i rischi concreti che la donna corre nel territorio kazako e di cui le autorità sono al corrente a causa dell’attività politica del marito. Inoltre, senza considerare che il Kazakhstan è uno Stato che a parere di molte Ong e della Corte Edu non tutela i diritti umani, Alma Shalabayeva nel giro di 48 ore è accompagnata all’aeroporto di Ciampino dove la aspetta in pista il jet pronto a trasportarla in Kazakistan. Configurando così una possibile violazione dall’art 19 del testo unico sull’immigrazione per cui “in nessun caso può disporsi l’espulsione o il respingimento verso uno stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione (…)”

Ma non è finita qui. Di mezzo c’è anche la figlia della donna: una bambina di sei anni, che frequentava la scuola in Italia, e che il 31 maggio è prelevata nella stessa villa dalle mani della zia, contro la volontà della famiglia, e portata all’aeroporto di Ciampino, dove è imbarcata con la madre per il Kazakistan. Un atto necessario per rimpatriatala madre stessa in osservanza alle convenzioni internazionali che tutelano i diritti dei minori. “Un fatto di una gravità inaudita – spiega l’avvocato Riccardo Olivo, legale della donna insieme con colleghi dello studio Vassalli – la signora Shalabayeva non ha commesso alcun illecito e ora insieme alla figlia si trovano esposte all’elevatissimo rischio trattamenti disumani, analoghi a quelli cui fu sottoposto il marito in patria”.

Un necessario passo indietro. Sul banchiere Mukhtar Ablyazov pendono mandati di cattura sia in patria che in Russia (di cui il Kazakistan di Nazarbayev è uno dei più fedeli alleati). E anche nel Regno Unito, dove Ablyazov si è rifugiato nel 2009, è stato condannato a pagare oltre un miliardo di sterline per diverse frodi finanziarie. Proprio il Regno Unito gli ha concesso asilo politico nel 2011, ma l’ufficio del procuratore generale kazako l’anno scorso ha avanzato formale richiesta di estradizione, cui le autorità britanniche non hanno ancora risposto.

Il giorno che moglie e figlia sono state spedite dall’Italia al Kazakistan, Ablyazov ha scritto sul proprio profilo Facebook: “Il rapimento della mia famiglia è stato ordinato dal presidente Nazarbayev, che ha cambiato strategia e dalla repressione politica è passato a sequestrare ostaggi”. Nurdaulet Suindikov, portavoce della Procura generale kazaka ha risposto ringraziando le autorità italiane e ha detto che la signora Alma Shalabayeva è ai domiciliari nella sua residenza di Almaty, sotto inchiesta per avere corrotto ufficiali kazaki per ottenere passaporti falsi per sé e per la famiglia.

Secondo un articolo del Daily Telegraph, nel 2010 il Kazakistan aveva avvisato la Gran Bretagna che nel caso fosse stato concesso asilo politico ad Ablyazov avrebbero chiuso i lucrativi contratti con le compagnie britanniche e li avrebbero dirottati verso la Cina. Detto che l’Eni, azienda parastatale italiana attiva nell’estrazione e nel commercio di energia, petrolio e gas naturali, è una delle compagnie che maggiormente opera in Kazakistan. Attiva dal 1992, continua a stringere accordi di cooperazione con il regime di Nazarbayev di cui l’ultimo è del 2012 e si riferisce all’immenso giacimento di Karachaganak. Ora è compito della magistratura italiana e dei ministeri competenti fugare tutti i dubbi.