L’antica domanda “cosa accadrà nel futuro?” è posta allo scienziato moderno in maniera sempre più pressante, poiché le previsioni giocano un ruolo fondamentale non solo per la scienza e per lo stesso metodo scientifico, ma hanno anche sempre più il ruolo di garantire una base razionale alle decisioni in ambito di politiche globali o locali, protezione civile, prevenzione sanitaria, ecc. Occorre perciò distinguere tra le previsioni prettamente scientifiche e le quelle mirate a guidare decisioni e quindi come servizio alla collettività.

Per mettere a confronto i metodi e i concetti usati per comprendere come si svilupperà un certo fenomeno nei diversi contesti scientifici e sociali, ovvero in meteorologia e climatologia, in fisica, in geologia, in epidemiologia e in economia, ed in che modo le conoscenze scientifiche si traducono in previsioni utili alla verifica delle teorie scientifiche e alle politiche di intervento, a dicembre abbiamo organizzato il convegno dal titolo “Si può prevedere il futuro? Ruolo e limiti della scienza” in cui sono stati messi a confronto scienziati di diverse discipline che si occupano di fare previsioni per interesse puramente scientifico o per servizio alla collettività. I contributi dei campi assimilabili alle scienze esatte sono pubblicati sul numero di giugno di Le Scienze.

L’affidabilità delle previsioni dipende da una serie di fattori: in primo luogo dalla conoscenza delle leggi dinamiche che regolano un certo fenomeno e dalla precisione con cui si riescono a misurare le variabili macroscopiche rilevanti per un dato sistema. In genere un insieme ben consolidato di conoscenze scientifiche non si traduce in previsioni prive d’incertezza, nella migliore delle ipotesi per i limiti di natura intrinseca ai fenomeni d’interesse. Questi limiti non sempre sono compresi dal decisore politico, dai mezzi d’informazione o dall’opinione pubblica e per questo è necessaria una discussione interdisciplinare su questi temi che coinvolga non solo gli specialisti. Delineare e comprendere i limiti della capacità di fare previsioni può mettere anche in luce cosa ci si possa ragionevolmente aspettare dagli specialisti di una certa disciplina per quel che riguarda la loro capacità di prevedere il futuro e per la solidità e l’affidabilità intrinseca della disciplina stessa. A questo riguardo, un caso certamente peculiare è rappresentato dall’economia.

Con il perdurare e l’aggravarsi della crisi economica, la famosa domanda della Regina d’Inghilterra del 2008, perché la gran parte degli economisti non è stata capace di prevedere la più devastante crisi dell’ultimo secolo, è sempre più attuale. Le politiche d’austerità oggi applicate sono proposte dagli stessi economisti che fino a qualche anno fa spiegavano che la macroeconomia aveva raggiunto il suo scopo di prevenire le depressioni economiche. Un noto economista della scuola di Chicago, di fronte al fatto di non essersi accorto della crisi incombente ha scritto che “la crisi economica non poteva essere predetta perché la teoria economica predice che questi eventi non possono essere predetti”. Questa dichiarazione è paradossale se la confrontiamo con le scienze esatte, in cui le previsioni di ogni teoria sono continuamente confrontate con gli esperimenti.

La scienza si differenzia dall’ideologia proprio perché è sottoposta a verifica sperimentale. In economia, di là dalla capacità di prevedere un singolo evento catastrofico, come il fallimento della Lehman Brothers nel 2008, il problema è identificare le cause e le condizioni dell’instabilità del sistema economico. Facendo un’analogia con la scienza che studia i terremoti, il problema prima di tutto è identificare quale sia una zona sismica mentre prevedere il momento preciso in cui un sisma accade al momento è impossibile.

A questo riguardo bisogna porre l’attenzione sulle basi delle teorie economiche e chiedersi se gli assiomi fondamentali usati sono davvero sottoposti a test empirici. Ad esempio: i mercati quando sono lasciati liberi tendono a un equilibrio che massimizza l’efficienza economica o sono completamente selvaggi? Chi crede e assume che i mercati liberi siano efficienti e si auto-regolino verso un equilibrio, sarà portato a proporre un ruolo dei mercati sempre più importante e a “affamare la bestia”, lo Stato che per sua stessa natura è considerato come corrotto e clientelare.

Se invece si trovasse, nell’evidenza empirica, che i mercati, quando sono lasciati liberi, sono dominati da fluttuazioni selvagge che generano pericolosi squilibri e disuguaglianze, allora si sarà indotti a proporre un maggiore intervento dello Stato, cercando di migliorare l’efficienza di quest’ultimo, proprio per mitigare situazioni estreme. Le fluttuazioni dei mercati finanziari sono osservate infatti essere molto più grandi di quello che sperano gli adepti dell’equilibrio che dunque preferiscono dimenticare il confronto con i dati e, rifugiandosi in inutili disquisizioni teoriche, cercano di far passare scelte politiche per neutri risultati scientifici.

Tuttavia non si può pretendere di avere il prestigio di una scienza esatta senza pagare il dazio della bontà delle previsioni: per questo presentare l’economia come una neutra disciplina tecnica è sostanzialmente una truffa.