Dallo tsunami in Parlamento al flop delle comunali. Il giorno dopo la sconfitta sul fronte delle amministrative, dove il Movimento 5 Stelle arriva al ballottaggio solo ad Assemini, in provincia di Cagliari, tra gli M5S c’è chi attribuisce la colpa alla stampa, chi ai cittadini e chi, invece, decide di fare autocritica. E poi c’è Beppe Grillo che dal suo blog osserva che chi ha scelto i partiti “si sta condannando a una via senza ritorno. Vi capisco – prosegue -, avete fatto bene”. E riconosce l’esistenza di due Italie, una “composta da chi vive di politica, 500mila persone, da chi ha la sicurezza di uno stipendio pubblico, 4 milioni di persone, dai pensionati, 19 milioni di persone (da cui vanno dedotte le pensioni minime che sono una vergogna)”, e la seconda fatta “di lavoratori autonomi, cassintegrati, precari, piccole e media imprese, studenti”. 

La prima Italia, prosegue il leader M5S, “è interessata giustamente allo status quo. Si vota per se stessi e poi per il Paese. Nella nostra bandiera c’è scritto ‘Teniamo famiglia’. In questi mesi – precisa – non ho sentito casi di funzionari pubblici, pluripensionati o dirigenti di partecipate che si siano suicidati. Invece, giornalmente, sfrattati, imprenditori falliti, disoccupati si danno fuoco, si buttano dalla finestra o si impiccano. Queste due Italie sono legate tra loro come gemelli siamesi, come la sabbia di una clessidra. L’Italia A non può vivere senza il contributo fiscale dell’Italia B, ma quest’ultima sta morendo, ogni minuto un’impresa ci lascia per sempre. Vi capisco comunque, la pensione, in particolare se doppia o superiore ai 5.000 euro, è davvero importante”.

Un commento che arriva sulla scia delle analisi di altri esponenti di spicco a 5 Stelle. Per il candidato al Campidoglio Marcello De Vito, in linea con la deputata del Lazio Roberta Ruocco, l’insuccesso è dovuto alla batosta comunicativa: “Gli altri partiti – ha detto – hanno messo in campo una potenza economica nettamente superiore e hanno fatto una pubblicità nettamente più importante. La loro presenza sui giornali è stata superiore”. Eppure quando gli viene ricordato di essere stato invitato ad Agorà ma di aver declinato l’invito, risponde: “Siamo andati in diverse trasmissioni, ma il Movimento 5 Stelle non ritiene di andare nei talk show perchè spesso si risolvono in risse mediatiche”. Peraltro, anche il codice di comportamento per gli eletti del Movimento in Parlamento vieta la partecipazione ai talk tv. E apre alla “libertà di coscienza” per il ballottaggio tra Alemanno e Marino a Roma.

Sceglie invece la linea dell’autocritica il senatore M5S Adriano Zaccagnini, che parla apertamente di “sconfitta” e ammette: “Abbiamo deluso chi ci ha votato per un cambiamento”. Intervistato da Repubblica e Stampa, collega il flop delle comunali ai risultati finora raggiunti in Parlamento, dove “l’incapacità di essere propositivi” ha impedito di “portare il cambiamento richiesto dai cittadini”. Poi ricorda la chance, ormai sfuggita, di “fare i nomi di un governo a 5 stelle al momento giusto, quando aveva un senso”. Nel vortice delle critiche finisce anche Grillo, troppo concentrato a puntare l’indice al di fuori del M5S. “Si sta impegnando tantissimo – dice Zaccaginini-, ma vorrei dirgli che ogni tanto bisogna guardare al proprio interno, e migliorare” perché “se crediamo di essere perfetti è finita”. 

Posizione controcorrente invece per il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio che, oltre a proporre più comunicazione, tv compresa, identifica i colpevoli del risultato nei cittadini “un po’ ingrati”. Su Facebook il deputato segnala che “il dramma è rappresentato da alcuni comuni che conosco bene, quelli in cui c’è un gruppo da almeno 7 anni, che con ricorsi giudiziari, volontariato, studio di bandi pubblici, opere di beneficenza, hanno aiutato e messo in rete centinaia di cittadini. Lì in quei comuni, dove c’è una storia di partecipazione del MoVimento ineguagliabile, fatta di sacrificio e altruismo, lì i cittadini credo che siano stati un pò ingrati”.

E’ necessaria più comunicazione anche per Paolo Becchi, docente di Filosofia del diritto all’Università di Genova, secondo cui “quello di cui il movimento ha bisogno è una strategia, che significa anche entrare in contatto con i media tradizionali”, anche se, dice, ”avevo previsto il crollo del Movimento 5 Stelle, e probabilmente lo sapevano anche Grillo e Casaleggio” perché “un movimento che nasce sulla rete e che ha come motto Web ergo sum, ossia la rete contro i partiti, è difficile che possa partecipare a elezioni comunali e ottenere un risultato neanche lontanamente paragonabile alle politiche”. E concorda con quanto Grillo scrive nel post: “Non è una vittoria dei partiti – puntualizza – E’ una vittoria di una parte del Paese contro un’altra che voleva il rinnovamento“.